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Venezia 72, Johnny Depp: ‘Ho trovato il malvagio in me molto tempo fa e l’ho accettato. Siamo vecchi amici ormai’

Venezia 72, Johnny Depp: ‘Ho trovato il malvagio in me molto tempo fa e l’ho accettato. Siamo vecchi amici ormai’

Di quell’ Edward mani di forbice oggi rimane ben poco, la crepuscolare e fiabesca creatura di Tim Burton negli anni ha ceduto il passo prima all’outsider trasformista, poi all’irriverenza di Jack Sparrow e infine alla bizzarria della star ‘fuori di testa’. Ma i miti, si sa, resistono oltre il tempo, tanto quanto basta ai fan per restare accampati sotto il sole accanto al red carpet in attesa di un ‘ciao’, un autografo, un’occhiata.
Johnny Depp lo sa bene e a Venezia, dove presenta fuori concorso Black Mass di Scott Cooper, si presenta ai giornalisti sorseggiando birra e scherzando con chi gli chiede perché non abbia portato i suoi cani al Lido: “I miei cani? Li ho mangiati, su ordine preciso di un grassone australiano”.
Nel film appare imbolsito, invecchiato e con occhi celesti per esigenze di copione: l’ennesima trasformazione fisica lo vedrà infatti interpretare il gangster di Boston James “Whitey” Bulger, il secondo uomo più ricercato dall’F.B.I., dopo Osama bin Laden, e catturato dopo 15 anni di latitanza..
“Ho trovato il malvagio in me stesso molto tempo fa e l’ho accettato siamo vecchi amici ormai. Con un ruolo come questo credo sia necessario semplicemente affrontare il personaggio come un essere umano”, racconta in conferenza stampa.

Cosa si sente di dire ai fan che la aspettano dalle sei di questa mattina? 
Le persone che aspettano lì fuori sono molto devote, stanno lì ad aspettare cosi tanto tempo solo per dirmi ‘ciao’ o darmi il benvenuto. Non mi piace chiamarli fan, sono i nostri capi, queste persone sono quelle che vogliono andare al cinema e che ci mettono il loro cuore. Mi danno sempre una sensazione di calore ed è commovente ricevere questo tipo di benvenuto; le ringrazio, grazie capi!

È la sua seconda volta nei panni di un criminale realmente esistito, dopo il John Dillinger di Nemico pubblico. Quanto è diverso rispetto a interpretare personaggi di fantasia?
Ho interpretato diversi personaggi tratti dalla vita reale, e penso che sia una grande responsabilità a prescindere dal fatto che siano buoni o cattivi. Hai la responsabilità di rappresentarli nel modo più veritiero possibile, su Dilinger ad esempio si possono avere diverse opinioni ma per me era quasi una specie di Robin Hood.
Con Bulger è stato un po’ diverso perché non ci sono molto materiali di repertorio a cui fare riferimento e non era semplice rappresentare in modo veritiero le varie facce del personaggio. C’era la sua parte oscura, ma anche quella amorevole di uomo di famiglia, devoto alla madre, al fratello e a suo figlio. Quando vai a fondo e scavi in una personalità così complessa hai poi la necessità di rendergli giustizia, anche se sul suo cammino ci sono stati alcuni brutti momenti. Ho chiesto attraverso il suo avvocato di incontrarlo, ma Bulger si è rifiutato perché non penso che fosse un grande fan del libro scritto su di lui “Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob” (da cui è tratto il film).
Ho deciso cosa dire e cosa fare con l’aiuto di Scott e di un vecchio amico di Bulger che mi ha aiutato molto sul set.

Come avete lavorato sul dualismo tra l’immagine pubblica della famiglia – il fratello era presidente del senato dello stato del Massachusetts – e quella di Bulger?
A prescindere da quanto si possa essere malvagi, una persona non lo è mai del tutto e Bulger nello specifico pensa che quello che fa sia giusto e vada bene. C’è qualcosa di poetico in quanto questo personaggio sia riuscito a fare nel suo lavoro pur venendo da quella generazione di immigrati irlandesi molto orgogliosi, leali e vicini alle loro famiglie. La sua è una sfida che può dare alla testa, un po’ come quando si può cambiare marcia e andare da 90 a 120 e viceversa da un momento all’altro.

Ha interpretato ruoli molto diversi tra loro. Perché lo fa?
All’inizio della mia carriera feci un paio di film senza sapere di voler fare l’attore, non lo avevo deciso e a dire il vero non l’ho deciso ancora. Ero appassionato di musica poi sono rimasto intrappolato in una serie tv, fare l’attore era molto frustrante e lo è tutt’ora  perché si dicono le parole di qualcun altro.
I miei eroi sono sempre stati John Barrymore, Marlon Brando, John Garfield, Timothy Carey, tutte persone che si sono sempre trasformate e l’idea della trasformazione è diventata per me un’ossessione. Ho scelto di essere un caratterista più che un ragazzino da poster, che poi era quello che cercarono di fare di me.
Un attore ha delle responsabilità verso il pubblico, deve sempre poter cambiare e dare ogni volta qualcosa di diverso, sorprenderlo senza annoiarlo. Per un attore è importante sfidarsi e accettare le sfide pur sapendo che potrebbe fare la figura del cretino. Il personaggio di Bulinger l’ho costruito insieme a Scott, dovevo essere molto somigliante: i suoi occhi dovevano essere perforanti e passare attraverso l’anima delle persone.

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Elisabetta Bartucca

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