LOGO
,

Southpaw: La vita è un ring

Southpaw: La vita è un ring

Jake Gyllenhaal si mette i guantoni e sale sul ring per l’ultima fatica di Antoine Fuqua, regista di Training Day. In sala dal 2 settembre.

2stelle

Infilarsi i guantoni e affrontare la vita anche dopo che si è finiti al tappeto. Quando lo sport fa capolino al cinema si sceglie quasi sempre di raccontare una storia di redenzione e rinascita e da questo teorema non si discosta Southpaw, decima sortita in sala del regista Antoine Fuqua, a 15 anni dalla sua impresa più celebre, Training Day, a meno di 365 giorni dall’ultimo The Equalizer.

Stavolta il cineasta afro-americano decide di raccontare la storia del pugile Billy Hope, interpretato da Jake Gyllenhaal, che di fronte a un evento tragico e imprevedibile lotterà per rimettersi in carreggiata grazie all’aiuto di un coach che ha il volto di Forest Whitaker, premio Oscar nel 2007 per L’Ultimo Re di Scozia. A venirne fuori è un film che si regge principalmente sulle spalle di Gyllenhaal, che con il suo Billy, pugile indisciplinato, istintivo, rabbioso e votato all’autodistruzione, aggiunge un altro outsider alla galleria delle sue migliori interpretazioni. Galleria che contava già personaggi come Donnie Darko e l’inquietante protagonista de Lo Sciacallo. Fuqua dal canto suo dirige bene gli attori, non solo Gyllenhaal ma anche un misurato Whitaker e una talentuosa Rachel McAdams, seppure quest’ultima sia limitata da un ruolo sì importante ma poco presente nello sviluppo di un film che si concentra quasi unicamente sull’elemento maschile, lasciando alle donne il ruolo di motore immobile della trama. Ottima è anche la ricostruzione delle riprese sul ring, impresa su cui si erano cimentati molti grandi del cinema, da Martin Scorsese a Michael Mann, e dove Fuqua e i suoi complici, l’italiano Mauro Fiore alla fotografia e John Refoua al montaggio, sfruttano appieno le grandi potenzialità dei mezzi tecnici a disposizione.

Ma a mandare ko tutto ciò che di buono era stato costruito è la sceneggiatura di Kurt Sutter, celebrato autore televisivo di Sons of Anarchy, qui alla sua prima cinematografica, che oltre a regalarci una storia che lascerà in molti uno spiacevole senso di déja vù, decide di non sfuggire a nessun luogo comune del genere: dall’origine umile del protagonista fino al prevedibile (e non troppo realistico) svolgimento degli incontri sportivi. Tanti sono i temi accennati desiderosi di approfondimento, tanta sembra la voglia di prendere il timone e sterzare verso i territori del noir. Ma alla fine tutti sembrano accontentarsi della zuppa, più o meno saporita, ma decisamente riscaldata e il coraggio di osare non va oltre le prime riprese.

About the author
Marcello Lembo

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top