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Kristy: Una storia al servizio dell’alta tensione

Kristy: Una storia al servizio dell’alta tensione

Presentato allo scorso London Film Festival, arriva in sala il 30 luglio il secondo lungometraggio di Oliver Blackburn. Tra i produttori esecutivi del film Scott Derrickson, già produttore di Sinister.

3stelle

Mettendo a frutto un budget di 7 milioni di dollari, muovendosi con destrezza fra i codici tradizionali dei generi thriller, survival e horror, e fra gli ampi spazi di un immenso castello contemporaneo – un college universitario deserto in cui i campi sportivi, i lunghi corridoi bui e silenziosi, i dormitori, la biblioteca e la piscina sono il teatro di una durissima lotta per la sopravvivenza – Kristy crea per 86 minuti un clima ansiogeno che funziona come puro meccanismo generatore di alta tensione.
Il giorno del Ringraziamento Justine (Haley Bennett) rimane completamente sola nel college  perché non ha i soldi per tornare a casa. La sera esce per comprare qualcosa da mangiare in un drugstore ed incontra Violet (Ashley Greene), una ragazza che le risponde in modo sgarbato chiamandola Kristy. Poco dopo Violet, assieme a una banda di uomini mascherati e entra nel college con l’intenzione di uccidere Justine.
“Dirigevo gli spettatori proprio come se stessi suonando l’organo. Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto. Non è un romanzo molto apprezzato che l’ha avvinto. Quello che ha commosso il pubblico è stato il film puro”, affermava Alfred Hitchcock a proposito di Psycho. Proprio così, grazie ad espedienti puramente tecnici e formali, Kristy tiene incollato lo spettatore alla sorte della sua malcapitata protagonista: con la semplicità di una storia lineare, tutta giocata sul piano della suspense, realizzata a partire da un plot fondato sul meccanismo di azione e reazione, la cui messa in scena si avvale di tutti gli strumenti al servizio della tensione – dolly, steadycam e piani sequenza ben strutturati, messi insieme dall’abile montatore Jeff Betancourt.
Sul piano narrativo anche i personaggi presentano una caratterizzazione tipicamente funzionale: c’è una preda e ci sono dei cacciatori. Senza troppi fronzoli e spiegazioni superflue rispetto al ritmo dell’azione, viene tratteggiato il confronto fra due donne i cui ruoli sono caratterizzati anche attraverso l’aspetto fisico: la bella e pura Justine (il cui nome richiama il romanzo di De Sade ‘Justine o le disavventure della virtù’ in cui una ragazza innocente viene perseguitata senza motivo), dal volto angelico, che crede nell’amore e lavora per mantenersi al college e la malvagia Violet, con il capo coperto da un cappuccio e il viso pieno di piercing, capobanda di una setta dedita agli omicidi seriali che designa con il nome Kristy i suoi bersagli, simboli del Bene, simboli di Cristo.
Ma Justine, che inizialmente cerca solo di fuggire e salvarsi in preda al terrore, ben presto da vittima innocente diverrà carnefice, scoprendo in se stessa la forza e la capacità di distruggere i suoi persecutori. La metamorfosi interiore di Justine è il punto di svolta determinante del film poiché da quel momento la furia vendicativa di un’innocente darà vita ad una forza liberatrice, trasformando la vittima in eroina.
Sebbene Kristy ripercorra il tema, abusato nella cinematografia thriller e horror, della vittima che diventa carnefice, lo fa in modo pulito ed efficace, diretto ed immediato, reinventando e rendendo godibile una pur vecchia trama di genere. Un film originale soprattutto per la capacità di inserire nella storia il tema attuale della condivisione nel Web: la banda di assassini mascherati che perseguita Justine pubblica su un social network ogni fase della caccia alla sua vittima, fino alla sua uccisione, mostrando agli altri membri della setta le foto del lavoro portato a compimento. Dunque, Kristy va oltre la trama e i meccanismi di genere veicolando anche una, seppur timida, denuncia del lato oscuro della rete.

Gisella Rotiroti

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La redazione

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