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Duri si diventa: Mediocrità d’oltreoceano

Duri si diventa: Mediocrità d’oltreoceano

Costato 40 milioni di dollari e uscito a fine marzo negli USA, dove ne ha incassati ben 90, arriva nelle nostre sale dal 1 luglio l’esordio alla regia dello sceneggiatore di Idiocracy e Madagascar 2, fortemente criticato in patria dalle associazioni omosessuali.

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Commedia scurrile e sboccata, messa in scena su un plot mediocre e gratuitamente offensivo, Duri si diventa di Etan Cohen con i suoi interminabili 100 minuti di cliché sul mondo omosessuale, sul carcere e sulla finanza non raggiunge lo scopo né di divertire e né di far ridere, nonostante proceda con una serie incessante di sequenze movimentate e gag comiche. Riesce invece magistralmente a disturbare e annoiare grazie ad una demenza insipida condita di scene e battute volgari. La mimica di Will Ferrel domina sullo sfondo di una regia e una sceneggiatura che nulla di nuovo mettono in campo oltre all’essere la brutta copia, mal fatta, di trent’anni di commedia americana.

Il miliardario James King (Will Ferrell) viene arrestato per frode e condannato a essere rinchiuso nel penitenziario di San Quentin, ma il giudice gli accorda trenta giorni di tempo per rimettere in ordine i suoi affari. Per prepararsi alla dura vita del carcere, James si rivolge a Darnell Lewis (Kevin Hart), piccolo proprietario di un autolavaggio. Compito di Darnell è quello di far diventare “tosto” James; i due uomini scopriranno che si sbagliavano su molte cose, fra queste il giudizio che avevano l’uno dell’altro.

Il plot verte senza alcuna originalità su stereotipi sessuali e sociali: gang di neri coinvolti in sparatorie e giri di droga, gang di motociclisti bianchi razzisti, ricchi imprenditori che sfuggono alla giustizia, luoghi comuni offensivi come quello dell’omosessuale frivolo pronto a partecipare a qualsiasi gioco erotico, con chiunque e anche nei bagni pubblici.
Will Ferrel, che ha prestato il suo umorismo a personaggi di culto del genere comico americano (Chaz in Due single a nozze, Mugatu in Zoolander, Ron Burgundy in Anchorman 1 e 2, Big Earl in Starsky e Hutch), qui veste i panni di un personaggio (il miliardario James King) che ricalca soltanto lo stereotipo dell’idiota ridicolo, animato da una cattiveria demenziale, costretto dagli eventi a creare, o determinare per caso, quasi sempre attraverso l’umiliazione, la gag di grande imbarazzo con cui si sconvolge l’equilibrio della scena. Kevin Hart si cimenta invece con la comicità di parola, che ha fatto la fortuna di Eddie Murphy ma non ha nulla per cui e con cui stupire o essere incisivo. La recitazione della coppia Will Ferrel e Kevin Hart, assieme per la prima volta, naufraga complessivamente nella più insipida e stupida banalità. Ad amalgamare il tutto contribuisce una colonna sonora roboante e chiassosa, all’insegna dell’hip hop classico, inframmezzata da spezzoni stile video R&B.

Etan Cohen assembla dunque, in modo molto mediocre, le già non buone e poche idee a disposizione; sfacciatamente omofobo, il film mette in ridicolo in modo preciso e consapevole una minoranza, mentre i timidi tentativi di affrontare il problema del razzismo concentrandosi sul rapporto tra i due protagonisti, naufragano miseramente perché privi di un contesto specifico. Duri si diventa è purtroppo un condensato di situazioni stucchevoli, fastidiosamente triviali che non riescono a mettere a frutto la professionalità degli interpreti.

Gisella Rotiroti

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La redazione

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