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Noi siamo Francesco: Guendalina Zampagni, tra amore e disabilità

Noi siamo Francesco: Guendalina Zampagni, tra amore e disabilità

Guendalina Zampagni torna dietro la macchina da presa con il suo secondo lungometraggio Noi siamo Francesco, per raccontare una storia che “parla di disabilità in una maniera diversa, con amore, con dolore naturalmente, ma con ironia e tanta voglia di vivere”. Noi siamo Francesco  è la storia di un ragazzo diversamente abile che sogna l’amore e riesce a realizzare i propri desideri con la complicità di un amico e di una mamma intraprendente e rompiscatole. Presentato in diversi Festival italiani e internazionali, tra cui l’Annecy Cinema Italien, il Festival International du film d’amour de Mons e il BifeSt di Bari, finalista per la sceneggiatura al premio Solinas nel 2010, il film è nelle sale italiane il 25 giugno.

Perché ha voluto raccontare questa storia?
Guendalina Zampagni: Ho cominciato a pensare di scrivere questa storia tanti anni fa perché ho incontrato un ragazzo disabile che si chiama Francesco Canali, ha 21 anni ed è sposato con una ragazza già da molto tempo. Non ha né le braccia né le gambe. Avevo visto questo ragazzo raccontare la sua storia in una trasmissione televisiva e da lì è nata l’idea. Conoscendo lui e poi altri ragazzi disabili ho sentito il desiderio di raccontare una storia d’amore bella come quella di Francesco. Ovviamente questa non è la storia né di Francesco Canali né degli altri ragazzi, ma ci sono nel film tantissimi pezzi delle loro vite che ho rubato.

Come ha lavorato con Mauro Racanati per metterlo in condizioni d’interpretare Francesco?
G. Z.: Quando sono andata in Puglia per fare i sopralluoghi ho raccontato la storia ai proprietari della masseria dove è stato girato il film, mi hanno detto che la figlia della loro migliore amica aveva la stessa disabilità di Francesco. Così ho incontrato Eleonora che, senza vergognarsi di nulla, si è messa subito alla prova, ha invitato Mauro a casa e gli ha fatto vedere come faceva le cose. In tutte le scene dove è presente Mauro lei è stata con noi sul set. All’inizio ero molto spaventata, aver incontrato Eleonora mi ha tranquillizzata perché sapevo di poter metter in scena qualsiasi cosa avesse avuto il suo beneplacito, come la scena in cui Francesco scrive con il piede un biglietto sul frigo (il piede che si vede nel film in realtà è di Eleonora perché Mauro ci aveva provato in tutti i modi, ma non riusciva a scrivere in modo comprensibile), mentre mettere le lenti a contatto usando il piede destro è una cosa che fa Eleonora e me l’ha raccontata, io non lo avrei mai pensato. Noi limitiamo le possibilità di queste persone che invece trovano la loro normalità trasformando una sfortuna in abilità.

Timidezza e solidarietà sono i due punti forza fondamentali su cui avete lavorato?
G. Z.: Io trovo che siamo tutti timidi davanti all’amore. Come dice anche Stefano nel film, tutti ci vergogniamo nel momento di fare il primo passo. Sicuramente il personaggio di Francesco fa da lente d’ingrandimento, ci fa capire ancora di più questo sentimento. Ci immedesimiamo perché, più o meno grandi, le paure le abbiamo tutti. Diciamo che forse è un’occasione, una metafora per affrontare le paure e le timidezze di tutti noi.

Ha pensato alla possibilità di usare davvero un disabile?
G. Z.: Inizialmente, poiché avevo pochi soldi a disposizione, ho pensato che l’unica possibilità di girare il film era trovare un ragazzo con disabilità e l’avevo trovato. Si chiama George, suona la chitarra con i piedi, è americano, anche lui è sposato e ha un bambino. George però a un mese dalle riprese si è ritirato. A quel punto ho pensato che non sarei più riuscita a fare il film, invece è subentrata la Moka Factory come sponsor e gli effetti visivi, durati tre mesi dopo le riprese, non li ho pagati. Ora che è andata così sono contenta perché ho potuto lavorare molto di più sulla recitazione, George avrebbe dato al film un aspetto più documentaristico, più realistico, sicuramente interessante ma in realtà mentre scrivevo la storia volevo fare un film, quindi mi sono sentita veramente libera nel fare quello che volevo.

La gioventù del film ricorda quella degli anni ottanta (ragazzi che non vanno in discoteca ma partecipano a una festa a casa che finisce a mezzanotte perché la mamma torna a mezzanotte), è un mondo un po’ lontano da quello della gioventù di oggi, un mondo sano. Come mai?
G. Z.: Perché io sono sana. Sono degli anni Ottanta, ho 46 anni, sicuramente racconto quello che sento, quello che mi viene voglia di raccontare e che sento di saper raccontare. È vero che i ragazzi vanno in discoteca ma non fanno solo quello, le mie figlie a volte rientrano alle quattro ma tante altre volte stanno a casa o vanno in campagna con gli amici.

Perché la figura del padre è assente?
G. Z.: Per due motivi, perché raccontiamo sempre noi stessi e perché dei tre ragazzi che ho incontrato due sono stati abbandonati alla nascita, uno adottato a 20 giorni di vita e l’altro a un anno. Purtroppo, dinanzi a disabilità così forti l’impatto dei genitori è quello di non farcela, tutti e due spesso non ce la fanno, poi devono fare i conti con i sensi di colpa. Non ho immaginato un padre cattivo ma un padre che non ce l’ha fatta; poi, siccome racconto un piccolo breve momento della vita di questo ragazzo do per scontato il passato, non lo voglio raccontare.

Come hai affrontato questa prova dal punto di vista della preparazione fisica e della recitazione?
Mauro Racanati: Ci sono stati dei problemi tecnici perché a recitare con le braccia e le mani legate si correva il rischio di sacrificare la spontaneità. Poi c’è stata un’aderenza al personaggio. Non è stato complicato, è stato problematico. Ho cercato di lavorare non tanto sulla disabilità, non volevo che ci fosse l’attore che fa il ruolo del disabile depresso. Ho dimenticato questo, ho voluto raccontare un’altra parte di questo ragazzo: la voglia di vivere, la voglia di innamorarsi ed essere un ragazzo normale, non normale perché è abile ma perché anche lui ha diritto all’amicizia, all’amore, al rapporto con la madre, quindi nella recitazione mi sono concentrato su questo cercando di dimenticare completamente la mia disabilità.

Come ha lavorato sulle sfumature nel rapporto con Francesco?
Elena Sofia Ricci: Innanzitutto sono contenta perché ho potuto recitare in un altro dialetto che non è il mio. Sono toscana, trapiantata a Roma, per fortuna ho avuto una professoressa di italiano barese, ma avevo il timore di sfigurare e mi facevo sempre dire se ero esagerata, se sembravo una caricatura e ho avuto paura di fare un personaggio sopra le righe. Quando reciti in un dialetto che non è il tuo rischi di andare sopra le righe. Questo il copione non lo richiedeva, richiedeva ironia, leggerezza e delicatezza estrema. Ho preso in giro un po’ tutte le mamme italiane ma soprattutto me stessa. Come madre sono una rompiscatole apocalittica e mi è piaciuto raccontare qualcosa che è molto frequente.

Gisella Rotiroti

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La redazione

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