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Acrid: Le donne di Kiarash Asadizadeh

Acrid: Le donne di Kiarash Asadizadeh

Donne d’Iran: coraggiose o rassegnate, succubi o impavide combattenti in bilico tra la modernità che avanza timidamente e i lasciti di antiche regole sociali radicate nei costumi e nelle abitudini persino delle nuove generazioni.  Sono le protagoniste di Acrid, film presentato in concorso al Festival di Roma del 2013, e che a due anni di distanza arriva finalmente nelle sale italiane. Un’opera prima di impianto neorealistico, che l’iraniano Kiarash Asadizadeh trasforma in occasione per restituire l’istantanea di una femminilità in evoluzione, ben lontana dall’immaginario a cui ci avevano abituati capolavori come Il cerchio di Jafar Panahi.
Ecco cosa ci raccontava il regista due anni fa durante la presentazione del film al Festival di Roma.

Quali difficoltà ha avuto a girare questo film?
Nessuna in particolare, ma tutte quelle che gli altri mie colleghi cineasti hanno in questo periodo in Iran. Abbiamo invece incontrato delle difficoltà con il governo precedente sul permesso di proiezione nelle sale; ora siamo in trattative con il governo attuale, ma penso che non ci saranno problemi.

Di recente lo ha definito un film sulla famiglia, in realtà appare come una storia sulle donne che sembra abbiano una coscienza maggiore dei rapporti e del mondo.

Certamente il ruolo delle donne è molto importante all’interno della famiglia, ma non voglio considerarlo un film sulle donne perché il fondamento della struttura famigliare sta sia nell’uomo che nella donna.

Qual è la sua visione della famiglia in Iran?
Nell’ultimo decennio la struttura familiare iraniana si è andata allentando e c’è sempre meno rispetto dell’uno verso l’altro; credo però che questo sia un problema molto più vasto e che appartenga a tutti i paesi del mondo.

Da questa storia emerge una grande crisi di valori e un senso di confusione enorme. Era un elemento che voleva mettere in risalto?

Oggi in Iran le donne vivono un contrasto profondo tra la società tradizionale e le scelte personali di modernità e negli ultimi dieci anni hanno dimostrato sempre più coraggio, soprattutto quando si è trattato di prendere decisioni spesso molto dure per la loro vita.

Ha optato per una struttura narrativa circolare. Non aveva la preoccupazione di perdere pezzi strada facendo?

Quando ci siamo incontrati abbiamo deciso che la forma sarebbe stata al servizio della sostanza; credo che questo tipo di struttura sia ormai accettata dal pubblico e non penso ci sia una dispersione.

Ha anche un valore metaforico? Quello di un universo chiuso dal quale è impossibile uscire?
Non avevo questa intenzione, ma forse rimanda al modo di pensare della gente del mio paese, cioè la teoria della causa ed effetto: se compi un’azione, positiva o negativa che sia, ti tornerà indietro qualcosa di ciò che hai fatto. E’ una filosofia molto diffusa in Iran, un’idea a cui gli iraniani tengono molto.

Il filo conduttore del film è anche il tema del tradimento. Perché ha deciso di inserirlo?

Il fenomeno dell’adulterio nel mio paese sta crescendo molto e come cineasta non potevo ignorare ciò che sta accadendo davanti ai miei occhi.

Non sappiamo cosa succederà a Masha, una delle protagoniste, dopo il rientro in famiglia. Perché?
Ci siamo imposti di essere osservatori della realtà senza intrometterci troppo nella vita degli altri, per cui una volta chiusa la porta saremmo dovuti rimanerne fuori. Dovendo ipotizzare un seguito dubito che quella famiglia – per le condizioni in cui si trova – possa essere il rifugio adatto a Masha.

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Elisabetta Bartucca

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