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The Salvation: Tanta forma, poca sostanza

The Salvation: Tanta forma, poca sostanza

A dieci anni dalla chiusura definitiva del movimento Dogma 95, Kristian Levring, uno dei primi registi ad aderire al collettivo di origine danese, presenta il suo omaggio a uno dei primissimi generi cinematografici: il western. In sala dall’11 giugno.

2stelle

Kristian Levring è stato uno dei primi registi danesi ad aderire al movimento Dogma 95, noto collettivo fondato da Lars Von Trier e Thomas Vinterberg a Copenaghen nel 1995 con il preciso scopo di purificare il cinema e realizzare film che rifiutassero effetti speciali, colonne sonore o l’identificazione in un genere. Tutti i registi che aderirono, firmarono il cosiddetto Voto di castità. In realtà i precetti del movimento vennero violati sin da subito e già durante l’esperienza di Dogma 95, conclusa nel 2005 con 42 film all’attivo, i vari cineasti membri, chi più e chi meno, interpretarono a loro modo il decalogo. Finita questa esperienza, Levring dirige The Salvation, film che si inquadra perfettamente nel genere western, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2014.

Il regista offre un esercizio di pura forma: The Salvation è perfetto da un punto di vista estetico, ma scarno e poco originale a livello del racconto. Jon (Mads Mikkelsen) è un immigrato danese in attesa che moglie e figlio lo raggiungano in America; peccato che una volta arrivati a destinazione i due vengano barbaramente uccisi. Jon si vendicherà così del responsabile dell’omicidio colpendo il fratello dello spietato colonnello Delarue (Jeffrey Dean Morgan), un bandito che terrorizza il villaggio di Black Creek. Ma Delarue è disposto a tutto per vendicare la morte del fratello e Jon, tradito dalla comunità in cui vive, da uomo pacifico si trasforma in un guerriero senza paure.

The Salvation è una storia che si concentra principalmente su due temi: la vendetta e rinascita del protagonista (resa visivamente dalla prevedibile cavalcata finale dell’uomo). Si resta piacevolmente colpiti dalla potenza visiva delle immagini che si susseguono in 90 minuti di film, ma che da sole non bastano. Purtroppo la storia raccontata non coinvolge, nemmeno quando vuole criticare l’avidità del genere umano (la comparsa di torri per l’estrazione del petrolio sui titoli di coda) disposto a tutto pur di arricchirsi.
Levring supera a pieni voti il suo esercizio di stile anche per quanto riguarda la direzione degli attori. Tutti propongono personaggi tipici del genere, nessuno esce fuori dagli schemi o regala attimi indimenticabili. Ed è proprio qui che sta il limite maggiore di The Salvation: se da un lato omaggia il genere dall’altro rimane completamente imbrigliato dai suoi canoni formali tanto da perdere qualsiasi attrattiva.

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Augusto D'Amante

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