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E’ arrivata mia figlia: Anna Muylaert in Italia dopo il successo al Sundance e a Berlino

E’ arrivata mia figlia: Anna Muylaert in Italia dopo il successo al Sundance e a Berlino

In Italia rimane ancora misconosciuta ai più, qualcuno tra gli appassionati di cinema brasiliano potrebbe associare invece il suo nome alla sceneggiatura de L’anno in cui i mie genitori andarono in vacanza di Cao Hamburger. Lei è Anna Muylaert, classe 1964 e una carriera iniziata come critica cinematografica e proseguita tra serie tv (alcune per la Hbo come Alice) e lungometraggi che l’hanno resa popolare in patria, É Proibido Fumar (2009) o Durval Discos (2002). Il 4 giugno arriva nelle sale italiane E’ arrivata mia figlia, il suo quarto film premiato al Sundance e a Berlino, storia di una domestica, Val, che per tredici anni lavorerà obbediente e impassibile al servizio di una famiglia alto borghese di San Paolo fino all’arrivo di sua figlia Jessica, ribelle e simbolo di un Brasile che ha cambiato volto.

Ci sono voluti venti anni per realizzare E’ arrivata mia figlia. Come si è adattata la sceneggiatura ai cambiamenti politici, economici e sociali del paese in questo ultimo ventennio?
Ho iniziato a lavorarci quando è nato mio figlio. Volevo affrontare gli stessi temi di cui il film parla oggi, ma la prima stesura si chiamava “La porta della cucina” e aveva una connotazione realistico-fantastica. Poi mi sono resa conto che sarebbe stato troppo difficile realizzarlo e quindi mi sono dedicata a film minori, fino a quando otto anni fa non ho deciso di riprendere in mano la sceneggiatura, l’ho semplificata e ho introdotto il personaggio di Jessica, che però nella versione precedente era la tipica figura della figlia della donna di servizio, che arriva a San Paolo per fare la manicure. Dopo Lula la società brasiliana è cambiata: non mi piaceva questo stereotipo e non volevo nemmeno un happy ending, così sei mesi prima dell’inizio delle riprese mi è venuta l’idea di Jessica che arriva a San Paolo per studiare architettura. E stata la svolta, un salto a livello drammaturgico e un modo per far emergere le politiche sociali del paese.

Si è ispirata a qualcuno per il personaggio di Val? O è stato semplicemente il frutto di alcune ricerche sociali?
Mi sono ispirata a varie persone. Val viene dalla tata che avevamo a casa di mia madre: anche lei come la protagonista del film era ubbidiente, di cattivo umore, sembrava la padrona di casa.
Trovare il personaggio di Jessica invece è stata una lotta, perché volevo abbandonare il cliché della figlia della domestica ma non sapevo come. E allora mi è venuto in mente Cláudio Assis, un regista del Pernambuco, uno stato del Nord Est del Paese, povero ma intellettualmente molto sviluppato e dove è nato Lula; Claudio è molto ribelle, proprio come Jessica.
Purtroppo la storia di Val è molto ricorrente in Brasile.

Sembra abbia lasciato molto spazio all’improvvisazione degli attori…
In genere scrivo la sceneggiatura, ma chiedo agli attori che non la imparino a memoria perché mi pace che ci sia un po’ di improvvisazione, l’importante è che sia controllata. Cerco di scegliere attori capaci di improvvisare: ci sono attori che sono autori e altri che invece sono interpreti. Ad esempio Laurenco Mutarelli (il padre) è uno scrittore che ogni tanto fa l’attore e credo che abbia questa capacità di improvvisazione. In genere faccio molte prove ma senza arrivare alla scena conclusiva, perché mi piace arrivare sul set con la scena ancora incompleta.

Certo, per l’attore tutto questo è molto più faticoso; Regina Casè, ad esempio, che non lavorava come attrice da 15 anni, arrivava sul set stanchissima!

Ci sono diversi riferimenti musicali: dai Ramones ai The Kings of Leon passando per la musica popolare brasiliana… Che tipo di scelte ha fatto?
La musica ha sempre avuto un ruolo molto importante nella mia filmografia sin dai tempi di “Durval Discos” dove raccontavo di una persona che vendeva dischi in un negozio; questo forse è il mio primo film in cui non ha un ruolo propriamente da protagonista. Per comporla ho chiamato due autori del Pernambuco, Fabio Trummer e Victor Araujo, e poi ci sono riferimenti culturali di una certa elite. Per esempio durante la scena della festa c’è una canzone molto popolare che serve a creare un contrasto tra la domestica in divisa, che serve ai tavoli ignorata da tutti, e una musica molto precisa, rappresentativa di una certa elite culturale brasiliana.

A proposito di Val, l’ha costruita cucendola addosso a Regina Casé?
No, preferisco non scrivere mai per un’attrice, in genere penso esclusivamente al personaggio. Solo in un secondo momento quando la sceneggiatura era ormai pronta ho iniziato a pensare a lei, perché è una brava attrice ed è così com’è, una persona normale: non è magra, non ha mai fatto plastiche, è un mix di razze e come me ha un grande rispetto per la figura della domestica.
Per lei è stato molto difficile fare questo film perché ha sempre moltissimi impegni, solo tre mesi prima delle riprese aveva appena adottato un bimbo; ha accettato di farlo solo perché le piaceva molto il personaggio. Tutti i gesti e le movenze di Regina Casè sono quelli che ha visto fare alle donne di servizio conosciute; non ha creato un personaggio, ma ha semplicemente ripetuto dei gesti molto consueti e che appartengono a quella classe sociale.

Lei è una regista di successo. Qual è la situazione dell’industria cinematografica brasiliana? E com’è fare cinema per una donna?
La situazione è un po’ migliorata rispetto a prima, ma ci sono molti film quindi finiscono per esserci  sempre pochi soldi per ogni film. E questo succede sia con gli uomini che con le donne.
Penso però che ci sia un modo maschile e uno femminile di fare film e affrontare le cose: nel primo caso quello che conta è avere successo subito, nel secondo invece l’approccio è più umile. Io per esempio, ho lavorato a tante cose prima di realizzare il mio primo film e questo è stato un bene perché mi ha permesso di acquisire sicurezza e guadagnarmi il rispetto da chi lavora con me sul set. Ma quando si tratta di affari, esser ascoltata diventa una lotta e spesso vengo trattata come un’idiota.

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Elisabetta Bartucca

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