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Fury: Una guerra al tramonto

Fury: Una guerra al tramonto

David Ayer dirige un war movie crudo e cupo con una convincente squadra di attori guidata da un ottimo Brad Pitt. Arriva in sala il 2 giugno grazie a Lucky Red, dopo uno slittamento di quasi sei mesi a causa del fallimento della Moviemax.

3stelle

Gli orrori della guerra, le insidie di una crisi economica. I primi infestano lo schermo, le seconde sono quelle che hanno costretto il pubblico italiano a vedere Fury con sei mesi di ritardo rispetto alla prima data annunciata. A far prendere altra polvere in un cassetto alla pellicola di David Ayer è stato il fallimento del distributore italiano Moviemax, a cui è poi subentrata la Lucky Red.

Giunto finalmente alla prova della sala il film interpretato da Brad Pitt, Shia LaBoeuf e Logan Lerman si presenta come un war movie crudo che mette da parte la grandeur hollywoodiana e le certezze ideologiche de Il giorno più lungo o dello spielbergiano Salvate il soldato Ryan, per riprendere le atmosfere cupe di tutt’altra tradizione, quella di Full Metal Jacket e Apocalypse Now giusto per citare i due capisaldi del genere.
Il film racconta 24 ore della vita del carrarmato Fury e della sua squadra guidata dal sergente Don “Wardaddy” Collier (Pitt) a cui si aggrega il novellino Norman Ellison (Lerman) per quello che sarà un rito d’iniziazione violento e brutale. Un solo giorno che vale però come una vita e una presa di coscienza perché pur scegliendo di ambientare il film in un conflitto, la Seconda Guerra Mondiale, dai contorni morali ben definiti, Ayer punta l’obiettivo non tanto sulle grandi imprese come lo sbarco in Normandia, ma sulle sue ultime fasi, quando un Reich sull’orlo della capitolazione era pronto a mettere le armi in mano a ragazzini di 13 anni e quando i soldati alleati, allo stremo dello sforzo bellico e umano, erano pronti a tutto pur di mettere fine alla guerra.

La trovata semplice ed efficace di un Ayer che i suoi maggiori successi a Hollywood li ha ottenuti come sceneggiatore (Training Day), trasforma la Germania del ’45 in una palude del Vietnam dove per sopravvivere bisogna uccidere i bambini e giustiziare uomini inermi, dove anche sui momenti d’insolita tenerezza, nel primo incontro di due amanti, pesa la minaccia dello stupro e grava un’ombra carica di cattivi presagi. Il regista alterna poi il racconto umano a quello bellico, sfruttando la passione e l’ossessione per il feticcio militare (sul set compaiono alcuni carri armati d’epoca perfettamente funzionanti tra cui uno degli ultimi modelli esistenti di carro Tiger) e trasformando la battaglia in un balletto a cui Kubrick avrebbe aggiunto il sottofondo di un valzer di Strauss. Unica nota negativa di un film semplice e intelligente è forse un finale che si lascia prendere troppo dalla necessità dello showbusiness mettendo da parte il realismo cupo e disincantato per preferirgli un’orgia d’uccisioni degna di un film d’azione degli anni ’80. Da applausi il cast che oltre agli intensi Pitt e Lerman si segnala per le efficaci caratterizzazioni dei tre personaggi di contorno, quelli interpretati da LaBoeuf, Michael Peña e Jon Bernthal, mal assortiti, sgradevoli e a volte violenti e infidi ma legati da un vincolo più forte dell’amore o della semplice amicizia.

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Marcello Lembo

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