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Cannes 2015: Youth, Sorrentino e la sua sinfonia sul tempo

Cannes 2015: Youth, Sorrentino e la sua sinfonia sul tempo

Diciassette minuti di applausi. Il pubblico cannense non ha dubbi e così accoglie il nuovo film del regista Premio Oscar con “La grande bellezza”. 

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E’ dolente, malinconico, sorprendentemente intimo, glaciale nella composizione. Una sinfonia di emozioni. Il Paolo Sorrentino post Oscar si ripresenta a Cannes due anni dopo La grande bellezza ed è un trionfo per i sensi e l’intelletto; Youth, il suo film forse più personale, scritto in solitaria e girato in inglese con un cast internazionale (Harvey Keitel, Michael Caine, Paul Dano e Rachel Weisz, Jane Fonda), si poggia ‘lieve’ sulla platea della Croisette, plana, levita e ne esorcizza l’ “incapacità di fare film d’amore”. Colmata in questo caso dal racconto di un’ amicizia: quella tra i due protagonisti, colti alla soglia degli ottanta nel breve arco di una vacanza primaverile in un albergo di lusso in Svizzera ai piedi delle Alpi, lo stesso dove Thomas Mann ambientò La montagna incantata.
Fred (Caine) è un direttore d’orchestra in ritiro dalla vita e dalle scene, disincantato, anaffettivo, caustico, Mick (Keitel) è un regista ancora appassionato alle prese con la sceneggiatura di un suo ultimo film-testamento. Dietro i ricordi, davanti la confusa giovinezza dei loro figli e degli intellettualoidi, caparbi, buffi, timidi collaboratori di Mick.
Tutto intorno una girandola di figure surreali: una biondissima diva sul viale del tramonto, Brenda Morel (Jane Fonda), un inquieto attore californiano alla ricerca del proprio personaggio (Paul Dano), un decadente Diego Armando Maradona (Roly Serrano), imbolsito e con la faccia di Marx tatuata sulla schiena, una Miss Universo bella da togliere il fiato, l’essenza della vita scolpita nelle nudità del giovanissimo corpo di Madalina Ghenea. E poi uno sparuto gruppo di comparse circensi: giocolieri, cantanti, popstar, mangiafuoco, prostitute, monaci tibetani. Nel mezzo la tenerezza dello sguardo di chi sa di non avere più abbastanza tempo e una memoria che confonde i volti e allontana i fatti.
“La leggerezza è una tentazione irresistibile”, sentenzia Fred, ma non abbastanza se Sorrentino decide qui più che altrove di abbandonarsi alla levità della forma con un’armonia di immagini e suoni che rivelano una profonda concezione musicale del mezzo cinematografico. E tutto si fa partitura: sia quando si tratta di dirigere una bizzarra sinfonia di campanacci di mucche al pascolo sia quando a dare il la è lo stropiccio nervoso di una carta di caramelle tra le mani.
Il rischio ad una prima visione sarà di pensare che certe acrobazie sovrastino il contenuto edulcorandolo; ma basterà far sedimentare per cogliere una sublime congruenza delle parti, la quadratura del cerchio, una perfetta aderenza di forma e sostanza.
Un film totale che con ogni probabilità porterà a Michael Caine quella Palma d’Oro mancata nel 1966 con Alfie e con cui il funambolico e visionario regista partenopeo cede alle emozioni, perché in fondo “sono tutto quello che abbiamo”.

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Elisabetta Bartucca

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