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Mia madre: ‘Semplicemente’ Nanni

Mia madre: ‘Semplicemente’ Nanni

In sala dal 16 aprile il nuovo film di Nanni Moretti. Opera omnia e dichiaratamente autobiografica, che colpisce per semplicità e levità del racconto.

4stelle

Da Cannes avrebbe “accettato tutto”. E a Cannes Nanni Moretti ci è finito dritto in concorso, quattro anni dopo Habemus Papam e con il suo dodicesimo film, Mia madre, in sala dal 16 aprile.
Un’opera omnia, dichiaratamente autobiografica, che colpisce per semplicità e levità del racconto, commuove per le infinite sfumature della vita di cui si fa portatrice, e dove Moretti si fa da parte proseguendo il percorso iniziato già con l’inadeguato Papa Michel Piccoli.
Così succede che Nanni ritagli per sé un ruolo più defilato, di chi sceglie di ‘stare accanto’: quello di Giovanni, il mite e rassegnato fratello della protagonista Margherita (Margherita Buy), regista divisa tra il set del suo prossimo film su una fabbrica occupata dai suoi operai sull’orlo del licenziamento, una figlia adolescente, una separazione in corso e le visite alla madre morente in ospedale.

È a lei che questa volta il regista di Caro Diario affida le sue isterie, sogni, ricordi, farfugliamenti, preoccupazioni, paure, perché in fondo lui è “lo stesso di 40 anni fa. Il giorno prima delle riprese faccio sempre gli stessi incubi”, ha ribadito durante la conferenza stampa del film.
La Buy, neanche troppo velatamente alter ego di Moretti, ne incarna gesti, tic, incertezze e quel senso di inadeguatezza alla vita che in questo caso si traduce nella disperata incapacità della protagonista di accettare la perdita della propria madre. Una madre umana, vera e reale, una professoressa di latino che si avvia più o meno consapevolmente verso la fine, personaggio la cui grazia deriva in gran parte dall’interpretazione candidamente disarmante di Giulia Lazzarini.

Mia madre finisce per essere il film più intimo di Moretti e dentro c’è tutto il Nanni- pensiero: ci sono i girotondi, le crisi, la politica, la vita, la morte, il dolore della separazione, l’autoironia, la perdita dell’innocenza, la passione per la parola (perché “le parole sono importanti!”, come tuonava Michele Apicella in Palombella Rossa). E soprattutto c’è il suo cinema maniacale, personalissimo e scritto riga per riga insieme a collaboratori storici come Valia Santella e Francesco Piccolo.
Una storia universale che da un lato fa spazio alla dimensione più privata e amara, e dall’altra cede il passo al meta cinematografico con cui il Moretti regista prende in giro se stesso, affidando la dissacrazione del suo cinema ai siparietti tra Margherita Buy e John Turturro, macchietta della star Hollywoodiana capricciosa e innamorata di Antonioni, Rossellini e Fellini, incapace di ricordare una sola battuta del copione, ma a suo modo inadeguato e semplicemente vittima – si scoprirà in seguito – di una memoria che perde pezzi.
“Margherita, fai qualcosa di nuovo, di diverso, rompi almeno un tuo schema, uno su duecento!”, urla Giovanni alla sorella. E forse questa volta qualcuno dei suoi schemi Moretti lo ha rotto.

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Elisabetta Bartucca

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