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Cannes 2015: Nanni Moretti incanta la Croisette

Cannes 2015: Nanni Moretti incanta la Croisette

Qualcuno lo darebbe già tra i favoriti del Palmares, la stampa straniera lo ha accolto con lacrime e applausi, un vero e proprio colpo di fulmine quello tra Mia Madre di Nanni Moretti, presentato oggi in concorso a Cannes, e la Croisette.
Ma si sa, i francesi adorano Nanni che proprio qui vinse la Palma d’Oro nel 2001 con La stanza del figlio e che qui ritorna quattro anni dopo Habemus papam. E chissà che su quel palco, che nel 2012 lo ospitò da giurato, non ci risalga ancora una volta da vincitore alla fine di questo festival

Questa volta ha deciso di farci piangere e ridere allo stesso tempo.
I miei film hanno sempre contentuto entrambi questi due aspetti, ci sono momenti dolorosi e momenti divertenti, non è una strategia studiata, ma il mio modo di guardare la vita e raccontare la gente.

In Mia madre si parla del compito del cinema. Qual è secondo lei?
Penso sia fare buoni film, possibilmente innovativi e che alla fine non ci facciano dire: “Ah, ma questo l’ho già visto trecento volte!”
Non penso che per fare buoni film ci siano argomenti privilegiati, qualsiasi arogmento può portare a un brutto film o a un bel film.

L’ultima parola del film è ‘domani’. Al futuro di chi ha pensato? A quello dei personaggi, dell’Europa? E come vede il futuro del cinema italiano?
Con quel ‘domani’ che dice il personaggio di Giulia Lazzarini non era mia intenzione riferirmi al futuro dell’Europa, ma quasi tutte le interpretazioni sono ammesse. Mia madre è un film su ciò che resta qui, tra di noi, vivi, su questa terra, ed è anche un film su ciò che resta delle persone che se ne vanno: i libri, gli scatoloni, il latino che la nonna insegna alla nipote, i ricordi che gli ex alunni raccontano a Margherita e Giovanni.
Come vedo il futuro del cinema italiano? Sono molto contento che quest’anno a Cannes ci siano tre film italiani in concorso e che ce ne siano anche nelle altre sezioni, ma mi sembra ancora il frutto di iniziative individuali di singoli registi o produttori, e non tanto il risultato di un fermento, di un clima attorno al cinema che in Italia è invece sempre molto distratto.

Quanto c’è di lei nel personaggio di Margherita?
Non ho mai creduto che il protagonista di questo film potesse essere un personaggio maschile, fin dall’inizio ho sempre pensato a una donna e sin dalle prime pagine del soggetto ho pensato a Margherita Buy.
Mi interessava affidare a questa figura quella spigolosità, quel nervosismo e quel senso di inadeguatezza che spesso ho dato ai personaggi maschili dei mie film. E’ un personaggio che sta sempre da un’altra parte rispetto al posto in cui si trova e che fa fatica. Non è accudente, nè brava a tenere insieme le cose. C’è molto di me nel ruolo di Margherita, mentre Giovanni è la persona che io vorrei essere.

C’è una continua sovrapposizone tra il piano della realtà e quello della fantasia. Questo scambio tra i vari registri era un elemento presente sin dall’inizio?
Durante la sceneggiatura abbiamo lavorato molto all’intreccio di vari livelli della narrazione: la realtà, i ricordi, le fantasie. Il tempo del film è il tempo dello stato emotivo di Margherita in cui tutto ha la stessa urgenza e convive nello stesso momento: c’è la preoccupazione per la madre, il dolore, i problemi con la figlia e sul lavoro, ma ci sono anche i suoi sogni. E per questo mi fa piacere che lo spettatore a volte vedendo una scena non si renda subito conto se sia la realtà o la fantasia.

Come vive la responsabilità di artista nell’interpretare la realtà per il pubblico?
La conferenza stampa di Margherita è la conferenza di un film politico, quindi quando il personaggio di Margherita dice di non riuscire più a capire e a comprendere il reale, fa riferimento a quella realtà.
Io ho affrontato invece la realtà da un altro punto di vista: quello dell’emotività, delle pulsioni e delle emozioni. Il mio film é molto diverso da quello che Margherita sta girando.

Cosa si aspetta dalla stampa straniera?
Qui o in altri festival internazionali giudicano il mio film e basta, non ci sono interferenze di altro tipo, che possano in qualche modo far pensare al mio personaggio pubblico, alle mie idee politiche o al tasso di simpatia o antipatia. In Italia invece ci sono tanti elementi in più quando si vede un mio film.

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Elisabetta Bartucca

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