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Child 44 – Il bambino numero 44: Il cacciatore di mostri

Child 44 – Il bambino numero 44: Il cacciatore di mostri

Tom Hardy torna sugli schermi per un thriller tratto dal romanzo di Tom Rob Smith a sua volta ispirato alla storia vera del serial killer più sanguinario della storia: il mostro di Rostov. In sala dal 30 aprile.

3stelle

Una scia infinita di vittime, un killer sanguinario che si nasconde all’ombra di un muro di gomma. Perché il sonno della ragione genera mostri e qualche volte li nasconde, non per connivenza ma perché non li concepisce. Child 44 – Il bambino numero 44 è un thriller prima letterario, opera dell’inglese Tom Rob Smith, ora cinematografico, prodotto dalla Scott Free di Ridley Scott e diretto dallo svedese Daniel Espinosa, alla sua seconda prova hollywoodiana dopo Safe House con Denzel Washington.
Ispirato alla storia vera del mostro di Rostov ma spostato indietro nel tempo di una trentina di anni, Child 44 racconta dell’ex eroe di guerra Leo Demidov (Tom Hardy), ora nelle fila di una polizia di Mosca più impegnata a cercare traditori che assassini perché, assioma staliniano, l’omicidio è un fenomeno tipico del capitalismo e nell’Unione Sovietica non può esistere. Lo script firmato da Richard Price – sceneggiatore veterano de Il colore dei soldi, Ransom e della serie tv The Wire – ci conduce lungo un doppio binario, dove all’intreccio giallo si affianca la trama politica, perché Hardy-Demidov non si trova ad affrontare solo un nemico invisibile ma anche le storture di una società che prendono corpo nella miopia di un superiore (Vincent Cassel), nelle ambizioni di un sottoposto (Joel Kinnaman) e nelle segrete paure dell’amata (Noomi Rapace).
Hardy è efficace, a tratti brillante, nel rappresentare l’angoscia di un cacciatore di mostri che scopre di essere mostro a sua volta, irrequieto e malinconico nel suo bisogno di redenzione, sia nei confronti della giustizia che di un amore sincero e frainteso. Lo sfondo oppressivo di una società distorta, con le sue maglie che si allargano solo quando ci si allontana dal centro, è una quinta altrettanto suggestiva, sia per lo svolgimento dei fatti che per interesse storico (ma in Russia il governo ne ha boicottato l’uscita) e permette di apprezzare un film comunque non privo di difetti evidenti. Una lunghezza eccessiva, ad esempio, non sempre sostenuta da un alto tasso di tensione, un finale forse troppo consolatorio.
Un discorso a parte vale invece per la questione doppiaggio. Il film in originale è parlato in un inglese con forte inflessione russa, peraltro da attori di varie nazionalità ma non russi. Negli Stati Uniti la scelta, piuttosto strana per la verità, è stata al centro di un acceso dibattito concluso con una condanna quasi unanime. La distribuzione italiana ha quindi optato per cancellare l’accento in fase di doppiaggio, scelta filologicamente scorretta ma razionalmente lucida.

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Marcello Lembo

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