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Revolutionary Road, dal film al palcoscenico

Revolutionary Road, dal film al palcoscenico

Nel 2008 Sam Mendes ne aveva tratto l’omonimo film che riportava sullo schermo la coppia Kate Winslet e Leonardo DiCaprio molti anni dopo Titanic. Oggi il celebre romanzo di Richard Yates, Revolutionary Road, è di nuovo al centro di una trasposizione, questa volta teatrale, On the Revolutionary Road, che dal 7 al 12 aprile va in scena al Teatro Cometa Off di Roma.
In scena nello spettacolo adattato e diretto da Samuele Chiovoloni, Giulio Forges Davanzati (Frank Wheeler) – classe 1986 ed una gavetta tra teatro (di recente lo abbiamo visto in Re Lear per la regia di Michele Placido), cinema (Che strano chiamarsi Federico di Ettore Scola) e televisione (Un posto al sole, L’onore e il rispetto – Parte III) – ed Elisa Menchicchi  (April), trentatreenne attrice romana dal 2010 performer e assistente alla regia nella compagnia Ricci/ Forte.

I due attori mantengono alta l’attenzione del pubblico che assiste allo sfaldamento di quella che sembrava una brillante e giovane famiglia americana del secondo dopoguerra. In un passo a due dove i personaggi si inseguono, il pubblico entra nell’intimo di una coppia che si sta mettendo in discussione. Assiste ai suoi momenti dolci, ma anche alle liti. Assiste ai suoi drammi e al suo perdere la strada. Il tutto portato avanti con grande intensità e con movimenti ben studiati e funzionali a ciò che si racconta.
Noi li abbiamo incontrato e ci hanno raccontato chi sono i due protagonisti di questa storia, April e Frank Wheeler.

Un testo come Revolutionary Road presenta al suo interno forti contrasti: c’è tutto e allo stesso tempo anche il contrario di quel tutto. Quanto, secondo voi, è attuale un testo simile?
Giulio Forges Davanzati: Yates sicuramente parla di personaggi che usano un linguaggio, che vivono certe situazioni e affrontano delle problematiche datate sotto certi aspetti. La cosa bella e moderna di questo racconto è il fatto che, già dal titolo, Yates metta subito nel piatto l’argomento.
La trama segue una drammaturgia semplice, che sta alla base di molte storie, ma l’universalità del racconto sta nel fatto che ogni personaggio presentato viene totalmente risucchiato da questo cambiamento. Revolutionary Road è davvero la saga di una collettività che fatica ad essere tale e questo secondo me è un tema molto moderno. Forse quello che Yates afferma fino in fondo è proprio questa mancanza di una collettività che in momenti difficili si sostenga.
Elisa Menchicchi: Questo romanzo ti fagocita. In alcuni momenti sembra asettico, ma se pensiamo alla nostra quotidianità, ci rendiamo conto che il discorso sulla collettività che manca si sente anche nel palazzo in cui viviamo, ad esempio. La velocità della città non ci permette di conoscere a fondo gli altri condomini. Dall’altra parte c’è la campagna, dove si assiste ad un altro tipo di equilibrio. Qui ci sono persone che vivono un po’ l’uno alla luce dell’altro. Se Giulio parla di collettività, a me piace riflettere sul concetto di tempo. Ciò che mi spaventa della contemporaneità è la mancanza di tempo: manca il soffermarsi un attimo sugli eventi, su ciò che ci circonda, non c’è mai tempo di fare niente. Revolutionary Road è un testo sul tempo: il mio personaggio, April, si prende tutto il tempo che vuole per decidre. Il suo è un tempo libero.

Frank e April appartengono a due modi completamente opposti di vedere e considerare la realtà. Cosa avete amato e odiato di loro?
G. F. D.: Sono due personaggi grandissimi, perché in ogni loro aspetto puoi riconoscere qualcosa della tua vita. La cosa più bella e più brutta del percorso di Frank è avere delle grandi aspirazioni e rendersi conto di essere capace di stare al mondo. Lui può prendere davvero il mondo in mano: è giovane, intelligente, bello. Allo stesso tempo, però, queste qualità, ad un certo punto, lo frenano. Avere tutto, ad un certo punto, diventa un limite. Cresce in lui il desiderio di voler dimostrare a tutti che è in grado di sostenere una famiglia, di essere bravo nel suo lavoro, di amare sua moglie, ma tutto ciò lo porta a non riconoscersi più e a chiedersi cosa voglia fare davvero. Ed April diventa il suo specchio, soprattutto quando gli dice che ha tutto il tempo che vuole per decidere cosa fare. A me, personalmente, questa cosa mi metterebbe un’ansia clamorosa.
E. M.: Il mio “odi et amo” nei confronti di April riguarda questo modo di non portare a termine quello che fa. Lei riconosce un suo fallimento e si arena, adeguandosi al suo ruolo di moglie. Ma fuori da quella casa di cui è regina, non ha nessun ruolo. E qui scatta un tema fondamentale che, se rapportato a se stessi è fonte di ansia e allo stesso tempo carburante che ti fa andare avanti, se rapportato agli altri invece, è un coltello affilatissimo: l’aspettativa. April e Frank ne sono intrisi, come tutti noi.
L’aspettativa e le proiezioni finiscono così per bloccare le azioni in sé e trasformarle in azioni per qualcosa. E questo è un dramma. L’unico momento in cui April fa qualcosa al 100% è quello di proporre a Frank di partire insieme. Successivamente scatta questo meccanismo per il quale non va fino in fondo.

È stato difficile interpretare questi ruoli?
E. M.: Mi sono innamorata subito di April. C’è un’immagine che mi ha sconvolto ed è quando April ha quel piccolo problema di donne a scuola. Per una donna sentire il proprio corpo che cambia improvvisamente è davvero un trauma. E’ qualcosa che non possono controllare e che le manda fuori di testa. Io ho avuto la stessa esperienza e quando ho letto questo avvenimento nel romanzo, non ho potuto non provare empatia.
G. F. D.: Assolutamente no. Frank è un personaggio che si pone al confine e seduce, in un certo senso. Si dà valore attraverso gli altri, e questo a volte succede anche a me. Scherzando, con il regista dello spettacolo, ci diciamo che ormai siamo in grado di riconoscere quei momenti in cui diventiamo Frank Wheeler. Sono quei momenti in cui sei tantissimo su di te, ma non lo sei mai in modo sano. E penso che questo lo facciano tutti.

Esiste un gesto, una battuta, un movimento che secondo voi riesce a descrivere al meglio Frank e April?
G. F. D.: Per quanto riguarda Frank, le mani chiuse a pugno che riprendono anche il suo primo ricordo: le mani del padre nella stessa posizione. Anche quando il padre stava per morire le sue mani erano chiuse, serrate. Questa è l’immagine che mi porto di più dentro: queste mani chiuse come quelle del padre, che vogliono dimostrare agli altri, ancora una volta, la sua forza, la sua tensione, una sua difesa. E ci sono alcuni momenti in cui sento di avvicinarmi molto a Frank.
E. M.: Se dovessi concentrarmi sulla fisicità, penserei molto alle gambe di April. Metaforicamente richiamano anche la sua tendenza a scappare. Ma un altro aspetto importante è la sua voce. I tacchi che April indossa e i suoi movimenti sono funzionali alla sua voce. La pancia diventa il centro dell’equilibrio di questo personaggio, dove voce e movimento si uniscono. Grazie a questo, sono riuscita a fare un lavoro con la mia voce che non mi ero mai permessa, soprattutto per quanto riguarda le sue risate, che per April sono come i pugni chiusi di Frank, una forma di difesa e di sfogo.

Augusto D’Amante

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La redazione

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