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Valerio Di Benedetto: “Non posso scegliere cosa fare, ma posso cambiare quello che faccio”

Valerio Di Benedetto: “Non posso scegliere cosa fare, ma posso cambiare quello che faccio”

A pochi giorni dall’ultima replica del suo nuovo spettacolo teatrale, abbiamo nuovamente incontrato Valerio Di Benedetto dopo le sue fortunate performance in film evento come Spaghetti Story e Vittima degli Eventi, fan movie dedicato a Dylan Dog. Fino al 29 marzo è stato in scena al Teatro Studio Uno di Roma, con un monologo teatrale tratto da ‘Cuore di Tenebra’ di Joseph Conrad, adattato e diretto da Virginia Acqua.
Nel buio della sala, senza nessun arricchimento scenografico, Valerio interpreta Charlie Marlow, antieroe per eccellenza che racconta al pubblico presente in sala, e seduto anche sulla scena, la sua avventura in Africa, alla ricerca del fantomatico Kurtz. Luci e suoni accompagnano il racconto e Valerio riesce molto bene a mantenere alta l’attenzione di chi osserva e partecipa. L’adattamento e la regia di Acqua permettono di rivivere le atmosfere del romanzo e l’interpretazione di Di Benedetto è davvero notevole, riuscendo in una prova davvero ardua.
Con lui abbiamo chiacchierato non solo dello spettacolo di cui è stato protagonista, e che ci auguriamo possa tornare in scena, ma anche di cosa vuol dire essere attori e del suo rapporto con il cinema.

Teatro, cinema, web series: dove ti collochi? Hai una preferenza e ti senti più orientato verso una di queste forme d’arte oppure no?
Considero le web series un po’ come il ripiego del cinema che manca in questo momento, ma non vuol dire che possano sostituirlo. Quello mai! Così, a bruciapelo se dovessi scegliere, sceglierei il cinema, ma soprattutto in quest’ultimo periodo, visto che comunque non tornavo in teatro da un paio d’anni, ho capito che nel momento in cui fai qualcosa in cui credi, la domanda giusta da porsi è: “Mi piace quello che sto facendo? Qual è il veicolo migliore per comunicare questa storia?”. Ci sono delle storie che al cinema non puoi fare per una mancanza di budget soprattutto, e quindi fai di necessità virtù, e ‘Cuore di Tenebra’ diventa un monologo teatrale. E’ più interessante capire quanto la storia sia importante per te e, visti i mezzi a disposizione, quale può essere il miglior mezzo per raccontarla.

Com’è nato il monologo su ‘Cuore di Tenebra’?
Avevo conosciuto Virginia Acqua subito dopo “Spaghetti Story” e in quell’occasione mi aveva parlato di alcuni progetti. Non si parlava di lavorare insieme nel brevissimo periodo o comunque non si era mai accennato ad un monologo di questo tipo, fino a quando non sono tornato dalla mia esperienza di volontariato a Cuba. Virginia mi ha contattato proponendomi il testo e dicendo che per lei ero la persona giusta per interpretarlo. All’inizio ho fatto un’enorme resistenza verso questo testo, anche perché lo vedevo poco fruibile dallo spettatore. Man mano che mi avvicinavo al monologo però, le mie perplessità hanno iniziato ad allentarsi. Il nostro è stato un gioco di squadra, il viaggio nel cuore delle tenebre lo abbiamo fatto entrambi: tutt’e due ci siamo messi in gioco e ci siamo sporcati le mani.

Cosa ti ha spinto ad abbandonare lo scetticismo iniziale? Possiamo dire che la tua esperienza a Cuba è stata determinante per accettare questo ruolo?
Assolutamente sì. Mi sono reso conto, mentre affrontavo questo testo, che in realtà molte cose di cui parla Marlow io le ho viste lì. Non in maniera così drastica ed eccessiva, ma ho percepito quello che dice lui, cioè “la realtà priva del velo del tempo” in cui c’è un’umanità allo stato iniziale. Da attore ho attinto alla mia esperienza, visualizzando le spiagge cubane con turisti e situazioni limite, in cui uomini di una certa età si accompagnavano a ragazze molto giovani, perché il cuore di tenebra si annida in ognuno di noi.

E per quanto riguarda il tuo cuore di tenebra? C’è un lato oscuro di te che hai dovuto affrontare e, magari, portare all’interno del monologo?
E’ una cosa che ho capito alla fine di questo viaggio. Il finale dello spettacolo era stato affrontato in fase di lavorazione, ma in maniera inconscia lo avevo rimosso. Era come se ci fosse un rigetto. La cosa più oscura che ho dovuto affrontare è stato il personaggio della fidanzata di Kurtz, cioè quello che lei rappresenta all’interno del romanzo. La mancanza di coraggio di Marlow nel dirle la verità è una cosa che purtroppo mi porto dietro. Non avere il coraggio di affrontare certe situazioni. E questo spettacolo mi ha sbattuto in faccia questa mia tendenza, che adesso non posso più ignorare. E’ un testo che va in profondità e non fa sconti.

Quando ti sei reso conto di voler fare l’attore?
Durante un laboratorio teatrale all’Eur capii che mi piaceva vivere delle vite che altrimenti non avrei mai vissuto. Il fatto di intraprendere certi viaggi alla scoperta di emisferi totalmente lontani da me, da assassino a guerriero medievale per esempio, mi affascinava moltissimo. Successivamente ho capito il ruolo sociale dell’arte e, quindi, della recitazione. Quando comprendi questo profondamente, riesci anche ad incoraggiare chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso. Si è vero, c’è la crisi, ci sono tante cose che non vanno, ma questo non vuol dire che dobbiamo castrare i nostri sogni, anzi, più grande è l’ostacolo maggiore sarà il coraggio necessario per affrontarlo. Dipende però da quanto è forte la propria determinazione. Quando capisci che la funzione dell’arte, che non è mai autoreferenziale, è semplicemente quella di essere un mezzo, allora anche le tue scelte artistiche sono estremamente legate al messaggio che vuoi portare. Siamo la somma delle scelte che facciamo.

A proposito di scelte, se domani avessi l’opportunità di decidere con quale regista lavorare al cinema, chi sceglieresti?
Credo Sollima e Luchetti. Potrei intraprendere un bel viaggio con entrambi. Tutti e due hanno realizzato prodotti di qualità che si portano dietro aspetti anche molto importanti, basti pensare a “Mio fratello è figlio unico”. Sono film che comunque hanno uno spessore. Se potessi sceglierei loro, anche se in questo momento non sono nella posizione di poterlo fare e quindi l’unico cambiamento che posso portare è esclusivamente nel lavoro, cioè in quello che faccio, e in come lo faccio, tentando con grande dedizione di offrire il massimo della qualità. Il cambiamento parte non da una distruzione, ma da una trasformazione.

In questi anni ti sei trasformato?
Da quando ho iniziato, sì. Se dietro ogni progetto e ogni cosa che fai c’è un pensiero, una volontà di miglioramento, individuale e collettiva, allora quella cosa assume un valore molto più alto e avrà una spinta più forte rispetto ad altre situazioni. L’impossibile ce lo poniamo noi, in termini di limiti mentali. Vivo nel mio quotidiano questa mia trasformazione. Il mio è un percorso di approfondimento costante, un po’ per il lavoro che faccio, un po’ per la filosofia di vita che seguo, e quindi è un costante mettersi in gioco. ‘Cuore di Tenebra’ è un testo che inconsciamente non avrei mai affrontato, ma mi sono fidato del mio istinto, della mia incoscienza e soprattutto di Virginia.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Al momento, insieme al mio amico storico Luca Basile, mi sto occupando di teatro itinerante: parallelamente ad una visita guidata tra le strade di Roma, proponiamo un vero e proprio spettacolo in cui vari attori interpretano personaggi storici legati alla città. Abbiamo iniziato anni fa concentrandoci sulla figura del Marchese del Grillo, poi Luca ha portato avanti un lavoro storiografico molto approfondito, creando testi di altissimo livello drammaturgico.
Tra gli altri progetti c’è anche una serie scritta e diretta da Michele Bertini, “L’amore al tempo del precariato”, e ho scritto, con Fabio Gomiero, una serie sul basket.

Augusto D’Amante

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La redazione

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