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Edgar Reitz al Bif&st: Il cinema ‘salva’ gli uomini

Edgar Reitz al Bif&st: Il cinema ‘salva’ gli uomini

E’ probabilmente il film più lungo della storia del cinema, con quasi settanta ore di girato e una lavorazione durata nel complesso oltre trent’anni, da quando il regista iniziò a scriverlo nel 1979 al 2013, anno di uscita dell’ultimo capitolo. E’ Heimat (che vuol dire patria) la serie di film – diventati un cult –  nata con l’intento di ricostruire la storia del Novecento tedesco attraverso le vicende della famiglia Simon e della sua genesi parla oggi Edgar Reitz, protagonista al Bif&st di una delle consuete lezioni di cinema al Petruzzelli di Bari.
“Non avevamo modelli di riferimento, la generazione del cinema nazista non ci forniva nessun esempio. La mia prima ispirazione fu la nouvelle vague, ma il mio secondo grande modello fu il neorealismo italiano che ha caratterizzato la mia opera fino ad oggi. – racconta il regista che Bari premia con un Fipresci Platinum AwardConoscevo i film di De Sica a memoria”.
E c’è spazio anche per ricordare L’altra Heimat – Cronaca di un sogno, l’ultimo capitolo della saga, l’antefatto di ciò che viene raccontato nei precedenti episodi (Heimat, Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza, Heimat 3 – Cronaca di una svolta epocale), che dopo la presentazione nel 2013 alla Mostra del Cinema di Venezia sbarca in sala per due giorni, il 31 marzo e il 1 aprile.
Ma prima di Heimat, Reitz fu anche pioniere dell’avanguardia tedesca, un grande sperimentatore del linguaggio cinematografico come nel caso del corto Geschwindigkeit Kino eins: ventitre storie che riflettevano sul concetto di velocità, presentate come le portate di un menu e proiettate all’interno di un bar. “Ci entusiasmava il cinema di genere così creammo dei piccoli episodi, ognuno corrispondente ad un genere e ad uno stile diversi. – ricorda – Nacquero 23 film di lunghezza differente, ma il problema era come poterli far arrivare alla gente: fu allora che conoscemmo il proprietario di un bar con cui organizzammo un mega progetto. Pensammo a un menù di diverse storie ed ogni spettatore avrebbe potuto scegliere dal menù l’episodio da proiettare. Fu eccitante trasformare il bar in cinema e viceversa”.
E pensare che il destino di Reitz sarebbe stato quello di fare l’ingegnere: “Ci provai, poi però mi iscrissi a un corso di teatro e storia dell’arte e per molti anni mio padre continuò a credere che stessi studiando qualcosa di tecnico”.
Molto tempo dopo sarebbe arrivato Ora zero, il suo omaggio al neorealismo italiano, la visione del mondo “dalla prospettiva di un dodicenne in bicicletta, un’ immagine che mi ricordava De Sica”.
Erano gli anni del vuoto politico, non c’erano disposizioni, né leggi, non c’erano i vecchi governanti e neanche i nuovi: “Pensate come potesse essere paradisiaco tutto questo per un ragazzino di dodici anni”.
Ed era l’epoca zero quando Reitz iniziò a pensare a Heimat: tutto nacque da una bufera di neve che lo bloccò in casa. “Per sfuggire all’atmosfera natalizia che si avvicinava chiesi a dei miei amici di prestarmi il loro appartamento a Nord della Germania. Non era un momento facile, ‘Il sarto di Ulm’ era stato stroncato dalla critica e io iniziavo a chiedermi quale sarebbe stato il mio destino, ero figlio di un orologiaio ma facevo il regista, mi ponevo delle domande e volevo fare chiarezza. Rimasi bloccato in quella casa dalla neve e fu così che cominciai a scrivere la storia della mia famiglia”.
Erano appena cento pagine: Heimat non era nato per diventare un film, doveva essere semplicemente un racconto ma le cose cambiarono quando Reitz mostrò il manoscritto a un redattore al Festival di Berlino, che gli disse: “C’è del buon materiale per fare qualcosa, ma che ci avrei impiegato almeno tre anni. Non avrei mai immaginato che mi ce ne sarebbero voluti almeno trenta”.

Il primo Heimat (inizialmente tre episodi che sarebbero alla fine diventati undici) fu un successo enorme con dieci milioni di spettatori in prima serata sulla tv tedesca.
“Non è il ritratto diretto della mia famiglia ma c’erano ovviamente dei tratti caratteriali che la evocavano; – ci tiene a precisare Reitz – ho creato una mescolanza di tratti prendendo spunto da miei colleghi, amici, parenti o insegnanti e trasferendoli in figure che si ritrovano a vivere però in contesti diversi. C’era una grande quantità di  materiale autobiografico e per questo era necessario prendere una distanza”.

Lo strumento per raccontare tutto questo? Il tempo, e non quello finito: “Parlo della durata di un tempo in cui ci si muove e che viene misurato attraverso le immagini e i sentimenti”.
Tutto passa ma non l’incanto del cinema: “Un film – dice – mette nelle condizioni di salvare gli uomini e renderli immortali. Le arti in genere hanno a che fare con la salvezza e il mantenimento di ciò che invece nella vita vera muore. Il cinema riesce a bloccare gli esseri umani nell’immortalità”.
E sulla possibilità di un quinto Heimat, Reitz confessa: “Da trent’anni tutti i miei film si chiamano Heimat, e se anche il prossimo si intitolasse così nessuno si stupirebbe. E’ come un tetto, è un racconto epico che comprende tutti i temi possibili, la vita, l’amore, la morte…  Io ho cercato di vivere sotto questo tetto, una specie di casa in cui però non hai bisogno di chiudere le porte a chiave proprio come faceva mia nonna, che le lasciava aperte. Quando le chiesi se non avesse paura mi rispose: se chiudo a chiave la porta, arrivano i ladri”.

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Elisabetta Bartucca

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