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Second Chance: Tra etica e formalismi impeccabili

Second Chance: Tra etica e formalismi impeccabili

Susanne Bier torna in Danimarca e porta sullo schermo una storia difficile e molto dura, che accompagna e trascina lo spettatore in un vero e proprio baratro, rischiando però in alcune occasioni di perderlo.

3stelle

Bene e male, giusto e sbagliato. Tra questi due poli si muove Susanne Bier in Second Chance, sua nuova opera nelle sale italiane dal 2 aprile. E lo fa attraverso un tema molto delicato: la genitorialità. Presentato al Toronto International Film Festival e al Torino Film Festival, Second Chance arriva dopo l’Oscar come Miglior Film Straniero per In un mondo migliore e dopo lo sfortunato melò Una folle passione. La Bier lascia Hollywood e torna in Danimarca, ma soprattutto riprende temi a lei cari.
Al centro della storia due famiglie: una borghese e agiata, composta dal poliziotto Andreas, dalla moglie Anna e dal piccolo Alexander; l’altra ai margini della società, con Tristan, padre tossico, Sanne, continuamente maltrattata dal marito, e Sofus, abbandonato a sé stesso sul pavimento del bagno e ricoperto dai suoi stessi escrementi. Second Chance si apre con una serie di rivelazioni che hanno, in chi guarda il film, lo stesso identico effetto di un pugno secco in pieno stomaco. La Bier è bravissima a bombardare lo spettatore di colpi di scena che si susseguono l’uno dopo l’altro, così come riesce a fare in modo che i personaggi, soprattutto quelli femminili, scoprano le loro carte solo un po’ alla volta.
Il dilemma entra in scena quando una notte Andreas e Anna scoprono che il piccolo Alexander è morto. Davanti alle urla e alle minacce di suicidio della moglie, che soffre di una forte crisi post-partum (ce ne accorgiamo mentre le scene vanno avanti, soprattutto quando a momenti di serenità, Anna, interpretata da Maria Bonnevie, alterna vere e proprie scene isteriche), Andreas decide di fare quella che per lui “è la scelta giusta”: lasciare il corpo esanime di suo figlio nella casa dei tossici in cui aveva fatto irruzione qualche mattina prima e prendere invece con sè il piccolo Sofus. La Bier gioca molto con l’empatia dello spettatore verso Andreas: il dilemma del protagonista diventa quello di tutti, cerchiamo risposte, ci guardiamo intorno spaesati e ci convinciamo che quella di Andreas sia la scelta migliore.
Il susseguirsi degli eventi, però, mette a dura prova non solo il protagonista ma anche il pubblico, anche se alcuni colpi di scena sembrano inverosimili, quasi forzati. Il dilemma iniziale (innescato dallo scambio dei due bambini), al contrario di quanto si sia pensato fino a un certo punto, resta ben lontano dall’essere risolto, la realtà è diversa e i segreti, anche quelli più inconfessabili, vengono a galla ribaltando la situazione. Tutto si rimette in gioco.
Per riuscire a operare questo ribaltamento di situazioni La Bier si serve dell’interpretazione dei suoi attori: Nikolaj Coster-Waldau (abbandonate le vesti di sterminatore di Re de Il Trono di Spade) ha una forza espressiva notevole che da al suo personaggio una forte caratterizzazione; Marie Bonnevie esagera in molte scene; Ulrich Thomsen eccelle anche in questa prova. Da non dimenticare un altro fattore, spesso determinante in questo tipo di cinematografia (Ingmar Bergman docet): il paesaggio. Freddo, disincantato, con le sue nebbie, i suoi silenzi: è il riflesso (forse per questo l’acqua è molto presente, oltre ad essere un espediente narrativo) di ciò che accade alle vite dei protagonisti. Eccelso dal punto di vista formale, Second Chance ha però dei difetti, soprattutto nella sua ultima parte: una soluzione del dilemma troppo veloce e l’ellissi temporale finale rischiano di portare infatti lo spettatore a deviare bruscamente dalla strada che la Bier aveva sapientemente tracciato fino a quel momento.

Augusto D’Amante

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La redazione

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