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Motel: Caotico mix di stereotipi e citazioni

Motel: Caotico mix di stereotipi e citazioni

Tratto dal racconto ‘The Cat: A Tale of Feminine Redemption’ di Marie-Louise Von Franz Motel è il lungometraggio d’esordio di David Grovic, nelle sale dal 26 febbraio 2015.

2stelle

Con l’intento esplicito di attingere al genere noir per rivisitarlo in chiave moderna, Motel arricchisce la scenografia con l’intensa fotografia di Steve Mason, che si serve di colori saturi e riflessi di luci al neon per avvolgere uno squallido motel in una cupa e angosciante atmosfera. Complessivamente però, il film si rivela un miscuglio caotico di stereotipi e citazioni e non riesce a generare la forza drammatica e narrativa necessaria per creare la complessità psicologica e la tensione dell’action movie.

Jack (John Cusack) è un killer professionista dall’animo sensibile, che viene assoldato da Dragna (Robert De Niro), leggendario boss della malavita, per portare a termine un compito misterioso: nascondere una borsa in un motel in attesa degli ordini di Dragna. Durante una lunga notte di attesa Jack si imbatterà in una serie di loschi personaggi, fra cui l’affascinante Rivka (Rebecca De Costa), una giovane prostituta nei guai, di cui dovrà decidere se fidarsi.

David Grovic, attratto dall’idea di Motel per le similitudini del racconto, a livello strutturale, con il teatro dell’antica Grecia, fa in modo che la storia rispetti le unità aristoteliche di spazio e di tempo e si svolga nell’arco di una giornata; inoltre costruisce i personaggi principali con caratteristiche che si distaccano dai modelli tradizionali associati al loro ruolo: un boss della malavita che si esprime attraverso citazioni dotte e una donna con coraggio e comportamenti da eroina, molto diversa dalla classica femme fatale. Sebbene le scelte stilistiche iniziali siano accurate e ben definite, il risultato complessivo è ben lontano dal riuscire a produrre le atmosfere affascinanti e la ricchezza espressiva del genere noir. Motel ha uno svolgimento lento e prevedibile e la storia si ripiega su se stessa in una ripetizione di scene che esibiscono, senza adeguate giustificazioni narrative, citazioni e stereotipi tratti dai generi thriller, pulp, noir: il giovane proprietario del motel, che passeggia sulla sedia a rotelle della madre defunta, è un riferimento esplicito al protagonista di Psycho di Alfred Hitchcock, le declamazioni letterarie di Dragna, che tira in ballo frasi di Hermann Hesse senza una rintracciabile motivazione, tradiscono facilmente la velleità di somigliare a qualche monologo tarantiniano.
Contribuiscono al fallimentare appeal di Motel le lunghe e ripetute scene di violenza non giustificate dal procedere dell’azione, che sortiscono solo l’effetto di allentare la tensione, e l’esibizione da passerella di una protagonista femminile che, in una notte di continui combattimenti, inseguimenti e sparatorie, riesce ad essere sempre perfettamente imbellettata e a cambiarsi d’abito numerose volte.

Si direbbe che il cinema a volte fa molto meno di quanto potrebbe: una buona storia, attori di grande esperienza, un cast tecnico di discreto livello e invece si spreca superficialmente la possibilità di attingere a una grande varietà di generi che offrirebbero infinite opportunità di contaminazione. Forse, proprio per questo, si ha l’impressione che i protagonisti trovino la ragione dell’azione esclusivamente nel dialogo con se stessi, chiusi nel ruolo che interpretano, impegnati solo a recitare la loro parte, e giungano poi all’estremo di questa semplificazione affermando di essere personaggi in un film e di star prendendo parte a un gioco dentro un gioco.

Gisella Rotiroti

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La redazione

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