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Italiano Medio: La coincidenza degli opposti

Italiano Medio: La coincidenza degli opposti

Maccio Capatonda, idolo televisivo e della rete grazie ai suoi finti trailer resi famosi dalla Gialappa’s Band, prova a tradurre per il cinema la formula che gli ha garantito il successo sul piccolo schermo. Dal 29 gennaio in sala.

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Giulio Verme è un militante ambientalista, vegano e ossessionato dalla differenziata. Ma Giulio Verme è anche un sottoprodotto della più becera cultura televisiva, rozzo, volgare e allupato. A riunire queste metà apparentemente inconciliabili è una pillola misteriosa, che nel solco del film Limitless, finisce per agire sul cervello umano, in questo caso limitandone l’utilizzo da un convenzionale 20% a un più estremo 2. E dietro a tutto questo c’è Maccio Capatonda, al secolo Marcello Macchia, che con Italiano Medio porta al cinema il suo repertorio di comicità e la galleria di personaggi, attori e non, che ne hanno decretato il successo prima con la mediazione della Gialappa’s Band poi grazie al megafono della rete.

Capatonda, specializzato nell’arte del finto trailer demenziale, decide di accettare una sfida che si è lanciato da sé, ovvero trasformare quei film fittizi che avevano fatto ridere a crepapelle i fan in un lungometraggio vero e proprio. Per imbarcarsi in questa impresa si è fatto accompagnare dai fidi Herbert Ballerina (al secolo Luigi Luciano, anche co-sceneggiatore) e Ivo Avido (Enrico Venti, anche produttore esecutivo), insieme alla squadra di sceneggiatori della fiction Mario (Daniele Grigolo, Danilo Carlani, Sergio Spaccavento) a cui si è aggiunto anche Marco Alessi (Immaturi).

Il risultato non è una semplice cornice che racchiude i suoi sketch più famosi (alla Aldo, Giovanni e Giacomo per intendersi) ma un film strutturato che non rinuncia alle freddure a base di giochi di parole, al riciclaggio di qualche tormentone o personaggio televisivo, ma che si propone anche di raccontare qualcosa del nostro paese attraverso le sue figure caricaturali, un po’ come faceva Carlo Verdone nei suoi primi film. E nella parabola di Giulio Verme, si finisce per stigmatizzare non solo la tesi e l’antitesi, egualmente insopportabili, ma anche e soprattutto la sintesi, classico esempio di un’Italia di furbetti, fondata sui compromessi morali e politici.

Le uniche colpe in tanta valida ambizione sono forse quelle di aver limitato l’aspetto satirico, puntando sul più battuto elemento farsesco, di non aver affinato la grana delle battute e di non aver fatto il salto di qualità, dalla tv al cinema, anche a livello registico, tanto che a volte si ha la sensazione di vedere solo un episodio più lungo delle sue produzioni televisive. Maccio comunque è questo e il suo mondo, specie per chi non lo conosce ancora, potrebbe essere una spassosa scoperta.

Marcello Lembo

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