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John Wick: Nessuno tocchi Keanu

John Wick: Nessuno tocchi Keanu

Dal 22 gennaio in sala l’action con il Reeves protagonsita di Matrix e Speed. Intrattenimento hardcore nel solco dei grandi eroi sparattutto dello scorso ventennio.

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Un protagonista, un pretesto e poi tanti proiettili. È tempo di rinverdire i fasti del cinema action, o quantomeno di provarci. Perché nonostante i vari tentativi di Liam Neeson e dei suoi Taken oggi il trono che fu occupato da personaggi come il Rambo di Stallone o il John “Diehard” McClane di Bruce Willis è ancora in attesa di un degno erede. A provarci adesso è John Wick, nome del personaggio e titolo del film firmato dai due esordienti Chad Stahelski e David Leitch (che pure non compare nei titoli).

Stahelski e Leitch, esordienti dietro la macchina da presa ma tutt’altro che novellini di cinema. Con la loro 87Eleven sono specializzati in stunt e coreografie di lotta. Un’esperienza che parte tanto tempo fa e che incrocia spesso le strade di Keanu Reeves, da Matrix passando per Constantine dove il primo dei due è controfigura personale dell’attore. E non è un caso che sia proprio Reeves a incarnare l’eroe d’azione di questo film che già nella sua genesi svela anche la sua natura. Lo si scriveva all’inizio. Un protagonista, un pretesto e poi le sparatorie perché il John Wick è un uomo all’apparenza come tanti, scosso da una tragedia personale, che nasconde una seconda identità, quella del killer spietato e infallibile, e la sceneggiatura di Derek Kolstad lo inserisce in una delle più classiche storie di vendetta, resa ancor più estrema dalla futilità delle sue premesse, il furto di un’auto, l’uccisione di un cane.

Il resto è una sequela di scene d’azione più o meno valide, di certo abbastanza ripetitive, che coinvolgono comunque un cast di rispetto da Reeves, al cattivo Michael Nyqvist (la Millennium Trilogy), dall’Alfie Allen di Game of Thrones fino a Willem Dafoe. La fotografia patinata, i dialoghi scarni, il tentativo di ricreare un atmosfera dark, finiscono però per appesantire troppo un intreccio che non nasconde eccessivi significati e che, prendendosi troppo sul serio, non riesce a stemperare i momenti più cupi. E nella memoria alla fine, più che le piogge di proiettili, restano quei rari momenti in cui affiora un pizzico di ironia, come i dialoghi tra Reeves e l’inappuntabile concierge (interpretato dal Lance Reddick di Fringe) di un albergo che ospita la comunità dei killer. Così la corsa al trono dell’action resta ancora senza un valido pretendente.

Marcello Lembo

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