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American Sniper: Andata e ritorno dall’inferno

American Sniper: Andata e ritorno dall’inferno

Clint Eastwood e Bradley Cooper ci raccontano le gesta di Chris Kyle, il cecchino più letale dell’esercito americano, alle prese con gli orrori della guerra e con un difficile ritorno a casa. In sala dal primo dell’anno.

4stelle

Fallujah, 2003. Un convoglio militare americano sfila per le vie della città, un bambino iracheno si avvicina con un oggetto in mano, forse una granata. Quando un cecchino appostato sul tetto chiede cosa fare la risposta cinica dei superiori è: “La decisione sta a te”. Sono i primi due folgoranti minuti di American Sniper ma è stata soprattutto la vita di Chris Kyle, il cecchino più letale dell’esercito americano, sulla cui biografia è basata questa nuova opera di Clint Eastwood che arriva a soli sei mesi dall’ultimo Jersey Boys.

E la storia di Kyle, interpretato da Bradley Cooper, è storia di guerra e di ritorni a casa, tutti e due più difficili di quanto non immaginasse un ragazzotto del Texas che prima faceva i rodei e che poi, dopo quattro turni di servizio in Iraq, si ritrovò con una taglia di 80mila dollari sulla testa, cortese omaggio dei leader degli insorti nel paese mediorientale. La sceneggiatura firmata da Jason Dean Hall (Il potere dei soldi) e la cinepresa di Eastwood ci conducono quindi in un viaggio che, come fece The Hurt Locker qualche anno fa, non si limita ad aggiornare il glamour del cinema bellico ma prende la storia di un soldato per raccontare la storia di molti soldati. Una vita senza troppi sbocchi prima, l’11 settembre e la scelta di arruolarsi per la guerra al terrore poi. E sebbene il racconto non sfugga a una rigida separazione tra americani buoni e terroristi cattivi sono proprio quei due minuti iniziali ad assolvere American Sniper da ogni sospetto di becero propagandismo.

Perché questo è il racconto della guerra e dei suoi orrori, che sbriciola in poco tempo qualunque aspirazione eroistica dei suoi protagonisti. Il tema non è sicuramente originale, si potrebbe obiettare, eppure è trattato con maestria e con momenti di grande tensione e spettacolarità (la sfida a distanza col cecchino nemico, la battaglia nella tempesta di sabbia). Ma dove il racconto risulta, se possibile, ancora più efficace è nelle parentesi casalinghe, dove ci viene spiegata l’origine della sindrome da stress post-traumatico, la malattia oggi ampliamente documentata che solo 40 anni fa rovinò una generazione di americani di ritorno dal Vietnam. E allora basta un rumore in un’officina, o un incidente con un cane durante un barbecue coi vicini per far scattare un interruttore, per riaprire le ferite che non sono solo fisiche.

In tutto questo emergono poi i due interpreti principali. Sienna Miller, nel ruolo della moglie di Kyle, e soprattutto Bradley Cooper che riesce a incarnare perfettamente il personaggio in tutte le sue iterazioni mostrandoci l’innocenza di un cowboy d’altri tempi, i dubbi di un soldato addestrato per non averne, il tormento di un reduce che cerca la via di casa dopo un viaggio all’inferno.

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Marcello Lembo

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