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Pride: Da Cannes al successo nelle sale italiane

Pride: Da Cannes al successo nelle sale italiane

Prima la rivelazione a Cannes, poi il passaggio nelle sale italiane l’11 dicembre che nel primo weekend di programmazione lo ha portato con una media copia di 4.634,00 euro a rimanere appena fuori dalla top ten del boxoffice natalizio dominato dai grandi titoli delle feste. E nei giorni scorsi una nomination a sorpresa ai prossimi Golden Globe.
Un risultato che porterà la Teodora a triplicare le copie in distribuzione. Questa è la storia di Pride, commedia diretta da Matthew Warchus e scritta da Stephen Baresford, qui al suo esordio, dopo venti anni di lavoro iniziato a partire dalla storia vera di un gruppo di attivisti gay che nell’Inghilterra degli anni ’80 si unì alla lotta di una comunità di minatori del Galles in sciopero contro la Tatcher.

Come ha lavorato sulla storia?
Tutto è cominciato venti anni fa, quando mi raccontarono questa storia e io pensai subito fosse perfetta per farci un film. Mi sembrò incredibile, bellissima, magnifica con un finale che conoscevamo già, ma molto emotivo e potente. Il lavoro di ricerca è stato difficile perché all’epoca non c’era internet e rintracciare queste persone non è stato semplice; quando le ho incontrate ho scoperto che erano ancora unite e alcuni di loro anche molto amici.

È stato complicato trovare i soldi per finanziare il film?
Si trattava della mia prima sceneggiatura, non conoscevo molto bene i meccanismi per reperire i finanziamenti, ma indipendentemente dal budget sembra che non ci siano mai abbastanza soldi per fare un film. Ci è voluto tanto tempo, 20 anni appunto, ma credo che Pride esca al momento giusto; se fosse arrivato in sala prima forse molti lo avrebbero pensato solo come un film sul Galles e i minatori del piccolo villaggio della Dulais Valley.
Non avrebbero capito la portata universale di una storia che parla di esseri umani e di tutto ciò che ci lega e ci rende simili.

La Tatcher forse ha paradossalmente prodotto una delle migliori cinematografie di cinema politico del Regno Unito, oggi alle prese con un dibattito sull’immigrazione. Come vivete questa situazione?
Condivido pienamente, quando hai un nemico così grande da combattere puoi dar vita a fenomeni culturali molto forti. Oggi i politici sono un po’ spariti, non sappiamo nemmeno bene chi ci governi e non c’è più qualcuno contro cui dirigere le nostre lamentale, sono rimaste solo le banche e le lobby.
Sono un cittadino del mondo e ovviamente pro immigrazione, non avrei potuto altrimenti scrivere un film simile; ho una visione internazionale che mi spinge a pensare che ognuno di noi ha il diritto di vivere dove vuole.

Che eco ha avuto il film sulle comunità di minatori e gay in Inghilterra? Si sostengono ancora a vicenda?
La risposta del pubblico è stata incredibile, abbiamo assistito a reazioni emotive molto forti, cosa rara per gli inglesi che hanno tre o quattro emozioni al massimo; non è normale che durante le proiezioni la gente applauda!
La proiezione emotivamente più potente fu quella che si tenne il giorno prima di andare a Cannes davanti ai veri protagonisti della storia, che per la prima volta si ritrovavano insieme dopo 30 anni. Si sono comportati esattamente come nel film!

Cosa ne è di quei villaggi? I minatori non ci sono più…
Sono morti con la chiusura delle miniere; in quei posti la gente sopravvive, ma non è più vita. Con questo film volevo capovolgere la rappresentazione politica della working class in Inghilterra, che tende a ridicolizzare i più poveri e a mostrarli come bruti di cui vergognarsi; mi piaceva raccontare una storia in cui quelle persone fossero colte, curiose, educate e con un’identità culturale molto forte, capace di esprimersi attraverso la poesia, come fa il personaggio di Bill Nighy. Tutto questo però oggi non esiste più, la vita e l’economia di quelle zone sono morte con la chiusura delle miniere, ma ciò che continua a sopravvivere è lo spirito dei gallesi.

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Elisabetta Bartucca

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