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Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate: This is the end

Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate: This is the end

L’epopea tolkieniana firmata Peter Jackson arriva al culmine con il terzo e l’ultimo capitolo delle avventure di Bilbo Baggins. Dal 17 dicembre al cinema.

2stellemezzo

La fine di un viaggio. Quello letterale sui sentieri della Terra di Mezzo, quello cinematografico e artistico, per uno sforzo produttivo che nel giro di sei film ha totalizzato quasi 20 ore di prodotto finale. L’impresa titanica del regista neozelandese Peter Jackson si chiude in questi giorni con Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate, terzo e ultimo capitolo della saga di Bilbo Baggins, ideata come pure il suo seguito, Il Signore degli Anelli, dal maestro indiscusso del fantasy J.R.R. Tolkien.

Il film, che riprende le trame interrotte bruscamente dello scorso La desolazione di Smaug, ci racconta quindi le avventure del coraggioso Hobbit Bilbo (Martin Freeman) e del principe dei nani Thorin (Richard Armitage), presi in una battaglia militare ma soprattutto politica tra uomini, nani ed elfi per accaparrarsi il tesoro del drago. E ce le racconta con la consueta baraonda di scontri pirotecnici e di effetti in Cgi sullo sfondo di una Nuova Zelanda che, per paesaggi ed epos, sembra non aver nulla da invidiare al mondo generato dalla fervida immaginazione dello scrittore sudafricano.

Stessa formula dei due capitoli precedenti quindi, come pure gli stessi difetti. Difetti più strutturali che non tecnici, beninteso, come ad esempio l’idea di trarre tre film di oltre due ore (con edizioni home-video anche più lunghe) da un romanzo che non conta più di 350 pagine. E l’effetto, a cui non sfugge neanche la sceneggiatura de Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate, firmata da Jackson, Philippa Boyens, Fran Walsh e dal collega regista Guillermo Del Toro, è quello dell’eccessivo stiracchiamento, quello del burro spalmato su troppo pane per usare un’immagine cara allo stesso Tolkien. Sensazione qui aggravata poi perché la scena maestra della battaglia col drago, tanto evocata dai film precedenti e dal battage pubblicitario, finisce col risolversi in un prologo insoddisfacente lasciando che a fare da fulcro al film sia il conseguente viluppo politico.

Trama neanche banale, per carità, incentrata sull’avidità e le insidie del potere, che pure non si avvicina neanche a raggiungere la complessità del Signore degli Anelli, testo rivolto, anche nelle intenzioni dell’autore originario, a un pubblico più maturo. Restano quindi le scene (tante, forse troppe) di battaglia, i ritocchi (tanti, forse troppi) al computer, qualche sottotrama riempitiva come il triangolo d’amore tra il nano Kili (Aidan Turner) e gli elfi Tauriel e Legolas (rispettivamente Evangeline Lilly e il cavallo di ritorno Orlando Bloom) e qualche scena messa lì a fare da collegamento con il più famoso sequel, infarcita di guest star dai volti noti (Cate Blanchett, Ian Holm, Hugo Weaving, Christopher Lee).

Nota di merito infine per la bella sequenza dei titoli di coda dove le illustrazioni dei due concept designer John Howe e Alan Lee scorrono sulle note della canzone The Last Goodbye, cantata da Billy Boyd, altra vecchia conoscenza del cast del Signore degli Anelli. Pollice verso invece per il doppiaggio italiano che non si dimostra sempre all’altezza dei livelli produttivi espressi.

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Marcello Lembo

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