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The Rover: Western del dopo collasso

The Rover: Western del dopo collasso

Dal 4 dicembre in sala la seconda opera dell’australiano David Michôd, che che con il suo primo film si era aggiudicato il premio della giuria al Sundance Festival.

3stelle

Un’auto che sfreccia sullo sfondo dell’outback australiano. Basta poco per richiamare alla memoria Interceptor-Mad Max, specie poi se una didascalia ci informa che la crisi ha portato al collasso l’economia globale. Niente di più diverso dalla realtà però, nonostante l’iniziale senso di deja vu. Perché questo è The Rover, secondo film di David Michôd, che esce in Italia a quattro anni da quell’ Animal Kingdom che gli era valso il plauso della critica e un premio al Sundance Festival. E a parte lo scenario distopico e le sfumature del deserto questo film non ha niente in comune col suo illustre predecessore.

Michôd, autore anche della sceneggiatura tratta da un soggetto scritto a quattro mani con l’attore di Zero Dark Thirty e del prossimo Exodus, Joel Edgerton, ci racconta dell’odissea di Eric (Guy Pearce) che insieme allo sbandato Rey (Robert Pattinson) si lancia all’inseguimento di un gruppo di criminali che gli ha rubato la macchina. The Rover quindi ha la struttura di un cupo road movie ma l’anima è quella sporca di un western – più Leone e Gli Spietati di Eastwood che non i classici di John Ford – che elimina dall’equazione il rigore morale dei suoi protagonisti. Perchè il mondo che racconta Michôd, in quei dialoghi ridotti all’osso tipici del cinema indipendente, è un mondo che si è arreso, dove un’umanità disperata, accorsa in Australia per trovare fortuna nelle miniere, uccide con superficialità, cosciente di un’impunità pressoché garantita.

In questo scenario che sfiora i paesaggi depressivi raccontati da Cormac McCarthy e poi tradotti in immagini da John Hillcoat – australiano anche lui – in The Road, si muovono i due protagonisti, vero motore della vicenda. Se infatti Michôd mostra buon occhio ma si perde ogni tanto in qualche lungaggine, in qualche silenzio di troppo, Pearce e Pattinson ci regalano due delle performance migliori della loro carriera. Quello che fu il protagonista di Memento rende alla perfezione lo sguardo spiritato del suo Eric, la rabbia e la violenza trattenute a stento, l’ossessione nichilista di un uomo votato a una missione insensata e che guarda con disprezzo quelli che cercano ancora di trovare un senso, di andare avanti. Ma la vera sorpresa è Pattinson con il suo Rey, sbandato mezzo scemo, abbandonato dal fratello criminale, con la sua voglia di parlare e la vana ricerca di qualcuno che lo ascolti. E questa specie di simbolo di un pianeta ottuso e alla deriva ci rivela un attore che fuori dalle atmosfere patinate a cui ci aveva (e si era) abituato si dimostra un interprete sensibilissimo.

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Marcello Lembo

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