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Qui: Paradigma di un “Paese in bilico tra Rosa Luxemburg e la birreria di Monaco”

Qui: Paradigma di un “Paese in bilico tra Rosa Luxemburg e la birreria di Monaco”

Il regista de La nostra classe accende il Festival di Torino con il suo documentario partigiano sulla ventennale questione della Tav Torino-Lione. E la Val di Susa diventa specchio di un intero Paese.

3stelle

Non ci sono eroi, né bandiere, né etichette, non c’è spazio per le spiegazioni tecniche e neppure per le prediche politiche. ‘Qui’ nella Val di Susa di Daniele Gaglianone c’è tempo solo per ascoltare storie, dare voce ai silenzi e raccontare la lotta che da venticinque anni uomini e donne, anziani e ragazzi, anarchici e cattolici portano avanti contro il progetto della Tav Torino-Lione.
Il regista de La nostra classe segue dieci attivisti del movimento No Tav, nella loro quotidiana battaglia contro un’opera imposta e un sistema che questa valle l’ha sbeffeggiata, devastata e violentata in ogni modo.
Dieci cittadini qualsiasi che dei black bloc o dell’ ‘ala violenta’ del movimento tanto invocata dai media e additata dai politicanti hanno davvero ben poco: dal sindaco di Venaus allo speaker di Radio Blackout, dall’infermiera all’ex carabiniere in congedo, dall’anziana proprietaria di una baita ad un informatico con la passione per la fotografia.

Un documentario partigiano, schierato, come lo definisce lo stesso Gaglianone che non fa mai un passo indietro rispetto alla scelta di fotografare la valle mettendosi deliberatamente dalla parte dei No Tav:.”È un  documentario schierato e non un volantino, non voglio convincere nessuno ma solo ascoltare delle storie, delle voci, dei silenzi e guardare dei volti; un’occasione per riflettere su una situazione oltre la Val Di Susa, dove il patto primario tra cittadini e Stato è venuto meno. La storia della Val Di Susa è un paradigma di ciò che succede a livello nazionale, è una situazione estrema e paradigmatica in cui emergono cose latenti anche altrove”.

Il ‘qui’ del titolo rivela sin da subito le intenzioni del regista e acquista un significato altro; ripetuto ossessivamente da quasi tutti i protagonisti del documentario assume i connotati dell’ovunque: “Una parola apparentemente minuta, dimessa e innocua acquista una grandissima potenza. – spiega Gaglianone – ‘Qui’ è un documentario sul nostro paese e su un meccanismo che evidentemente si è rotto, sulla percezione che la gente ha di questa rottura; che ci piaccia o meno non si può pretendere di risolverla chiamando la polizia”.
Due ore, “che forse sarebbero potute diventare anche cinque”, scherza il regista, per la quantità di materiale girato, uno scorrere di quotidianità e immagini di repertorio sugli scontri di questi anni prese tutte da Youtube; ma quello che rimane è la tenacia nel rivendicare un diritto al dissenso sempre più diffuso, ‘qui’ e ‘ovunque’, come unico modo per rispondere al fallimento della democrazia rappresentativa.

La rottura del patto, in questo angolo d’Italia abitato da sessantamila persone, è avvenuto forse prima che altrove e allora le storie di “Qui” diventano quelle di un intero paese “in bilico tra Rosa Luxemburg e la birreria di Monaco. Lì ci hanno messo 15 anni, qui da un momento all’altro potrebbe succedere di tutto!”.
Gaglianone ascolta le voci della valle, punta il dito contro un sistema che si manifesta solo attraverso manganelli, scudi e assetti antisommosse, denuncia e rivela con la sola forza delle parole e dei fatti: “Credo che il nostro ceto dirigente sia assolutamente inadeguato ai problemi che si trova a dover affrontare, c’è un intreccio strano tra incapacità, sciatteria e strategia”. Cinema militante, certo, ma necessario e che non pretende di avere la soluzione in tasca, “sono solo una persona che vuole raccontare delle storie e sono molto preoccupato”.
E così in un Paese dove una regione come l’Emilia Romagna, notoriamente sempre in testa in termini di affluenza elettorale, diventa il trionfo dell’astensionismo (alle ultime regionali avrebbe votato solo il 38% degli aventi diritto), non rimane che ascoltare quelle voci, guardare quei volti e – a prescindere dalla ragione o dal torto – dirgli grazie.

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Elisabetta Bartucca

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