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TFF32: La ‘nobile rivoluzione’ di Marcella Di Folco

TFF32: La ‘nobile rivoluzione’ di Marcella Di Folco

L’infanzia agiata trascorsa ai Parioli, figlio di un gerarca fascista, l’adolescenza spesa in un quartiere popolare di Roma dopo la decadenza economica della famiglia, gli anni da ‘Cerbero’ del Piper (faceva il cassiere e decideva chi fare entrare e chi no), poi una vita da caratterista sui set con Fellini, Rossellini, Petri. Prima uomo, poi donna. Marcella Di Folco ha vissuto molte vite, ha cercato se stessa, si è trovata e poi si è messa al servizio degli altri. Negli anni ’70 l’incontro con il grande amore, poi la delusione, la crisi di identità e il viaggio a Casablanca nel 1980 per il cambio di sesso. E infine la vita a Bologna dove fonda il Mit (Movimento Italiano Transessuale) diventando figura di spicco del movimento LGBT italiano, la prima transessuale al mondo ad aver ricoperto una carica pubblica con l’elezione al consiglio comunale di Bologna nel 1995.
Oggi, quasi cinque anni dopo la sua morte, il documentario “Una nobile rivoluzione”, presentato al Torino Film Festival, ne restituisce la carica esplosiva, il carisma, il coraggio da rivoluzionaria alternando l’impegno politico alla dimensione più intima.
Una lottatrice, che non accettava compromessi e che la sorella Liliana ricorda così: “Dopo l’operazione la prima cosa che fece fu cambiare nome: ricordo il giorno in cui tornò da a casa mostrandomi il documento con su scritto Marcella Di Falco, piangeva. Mi disse: ‘Sono felice”. Onesta, quasi francescana. “Poteva sembrare un cerbero ma era buona”, le fa eco il regista del film e amico Simone Cangelosi.

Qual è stato il punto di partenza del film?
L’idea è nata poco tempo dopo la morte di Marcella, ne parlai subito con sua sorella Liliana. In quei mesi eravamo in contatto per la gestione pratica del lutto; Liliana viveva a Roma, glielo chiesi e si prese qualche giorno di tempo per pensarci su.
Con Roberto ci siamo sin da subito concentrati sulla costruzione narrativa e sul ragionamento di come costruire il film, abbiamo accumulato un sacco di materiale e fatto molte ricerche. Avevamo soprattutto bisogno di parlare con la famiglia, è stato essenziale quindi all’inizio fare un viaggio a Roma cercando di capire chi era Marcella. A detta della stessa Liliana, teneva ben nascosti alcuni lati di sé, la conoscevi a sprazzi e solo dopo la sua morte sono riuscito a scoprire uno straordinario arcipelago di rapporti, contatti, attività e passioni. Per me era essenziale parlare con loro e iniziare dalle radici.

L’approccio era chiaro sin dall’inizio?
No, in questo caso volevamo lavorare per composizione di materiale molto diverso; la scelta chiara era una: Marcella nel film non sarebbe dovuta apparire alle spalle di chi ne parla oggi, ma al fianco. Questo è micidiale, perché da un punto di vista della scrittura complica le cose in maniera incredibile; non ci sarebbero bastate delle semplici interviste perché volevamo intrecciare l’oggi con tutte le altre dimensioni temporali, quasi a confondere, ma nello stesso tempo restituire l’immagine di Marcella viva. Sono partito da una certezza: la voce di Marcella doveva essere qui, accanto a me, Liliana e a tutti gli altri. L’intero film viene trattato così, i confini tra i vari pezzi non ci sono, era difficilissimo ma questo approccio era la pietra miliare del film e su questo abbiamo lavorato. Dovevamo quindi sapere il più possibile di Marcella, abbiamo cominciato a ragionare su come potevamo rendere tutto questo e via via confrontandosi con i produttori sono arrivati vari suggerimenti. Claudio Giapponesi per esempio suggerì che la mia presenza nel film ci fosse e si sentisse; all’inizio feci molta fatica ad accettarlo, anche perché avevo appena finito di girare un film in cui ero il protagonista, ma la sua osservazione era puntuale. Sono partito dal guardare i miei archivi, che erano pieni di materiali recitati su Marcella in cui io c’ero sempre, entravo in campo o la guardavo, o c’era la mia voce. Questo punto ha chiarito come sarebbe dovuta essere la narrazione; così accumulando dettagli e spunti abbiamo immaginato Simone che viaggia tra Roma e Bologna e ricostruisce il volto dell’amica all’indomani della morte.

Marcella era a conoscenza del progetto?
No. Negli ultimi anni aveva molto chiaro cosa le sarebbe successo; avevamo fatto una piccola intervista su cui abbiamo poi costruito Felliniana sul suo lavoro con Fellini e questo fu l’omaggio che accettò consapevolmente a ridosso della sua morte.
Era stato un attore e avevo sempre coltivato il sogno di farla recitare un giorno: il primo film che vidi al cinema fu Amarcord, quindi per me l’incontro con Marcella è stato significativo sia dal punto di vista personale che professionale.
Marcella incarnava due grandi aspetti della mia vita, c’era questo doppio legame con lei . Il film serve a tenerla in vita.

Oltre al tuo archivio e al materiale girato da te che tipo di ricerche hai dovuto fare?
È stato un lavoro enorme. Ho dovuto ricomporre tutta una serie di materiali, non esiste  un archivio visivo sul movimento che è poi quello che voglio fare e ci sto già lavorando. Non c’è un’organizzazione, si tratta perlopiù di materiale disperso nelle case delle persone o in alcuni centri di documentazione, me lo sono dovuto ricostruire da solo e sono partito dai miei materiali, molti dei quali girati nei primi anni del 2000. Poi sono andato alla ricerca di persone vicine a Marcella in quel periodo, soprattutto attivisti: Porpora Marcasciano ad esempio ha messo a disposizione il suo archivio personale, l’aveva vista in tantissime situazioni avendoci collaborato per anni; Cristina Comperino, sua carissima amica, ci ha fornito molti materiali che la ritraggono nella doppia dimensione intima e pubblica. Tutti hanno contribuito a restituirci l’immagine di Marcella viva; la difficoltà principale è stato montare all’interno di un film pezzi che presi singolarmente non avevano una direzione narrativa e capire quali scegliere, come torcerli in funzione di questo affresco di un’epoca, di un personaggio e di chi gli stava accanto. È stato un lavoro di composizione tra suoni registrati, immagini di archivio e fotografie dell’epoca.

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Elisabetta Bartucca

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