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Rocco Papaleo, sono un tipo pop

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Un artista off, schivo e di poche parole. Non si definisce “uno controcorrente, ma un artista popolare”, non è un nostalgico perché gli piace vivere il presente e guardare al futuro. La politica? Non vuole mischiare le cose, quindi preferisce non parlarne. Lui è Rocco Papaleo, classe 1956, lucano nato a Lauria, una gavetta nei circuiti dei teatri off, poi l’incontro con Rodolfo Laganà e il cinema che lo ha rapito e portato fino a qui. In questi giorni è d nuovo in sala con La scuola più bella del mondo di Luca Miniero

I tuoi primi passi su un set sono stati una piccolissima parte ne Il male oscuro di Mario Monicelli. In cosa ti ha ispirato nel corso della tua carriera?
È un’esperienza che continuano a mettere nel mio curriculum, ma mi ha ispirato più guardare i suoi film che quell’unico giorno di riprese; era la mia prima volta sul set e avevo una sola battuta fuori campo, non lo vidi neanche. Quello che Monicelli mi ha lasciato è una grande lezione dei maestri della nostra commedia e l’idea di provare a raccontare una storia con un tono divertente, amaro e malinconico allo stesso tempo.

Comicità e morte, buffo e tragico sono in dialogo continuo…
Dipende dal tipo di comicità, ce n’è una anche meno ‘tragediosa’ per così dire ma comunque efficace. A volte la comicità contiene la tragedia o viceversa, parlo ad esempio dell’incidente sulla buccia di banana, che contiene in sé un piccolissimo dramma se pensiamo che chi cade probabilmente si farà male. Comicità e tragedia possono andare a braccetto ed essere contemporaneamente divertenti ed emozionanti per le storie che contengono; è il tipo di espressione che più mi piace quando con l’ironia si può essere divertenti anche nella messa in scena di un malessere.

Con “Il Trasformista” hai incontrato Luca Barbareschi, che in quell’occasione ti ha diretto. Torneresti a lavorare con lui?
Ci incontriamo ogni tanto, c’è un rapporto cordiale e di confidenza, certo una confidenza non fraterna ma di persone che quando si sono sfiorate nel lavoro hanno fatto un buon percorso insieme. Da un punto di vista artistico potrei ritrovarmi a lavorare con lui.

I tuoi maestri?
Di volta in volta cambiano, nel senso che ‘un maestro è nell’anima’ come dice Paolo Conte. È la vita stessa che spesso si propone come maestra; molti insegnamenti arrivano dall’osservazione della vita, che comprende i grandi artisti, ciò che leggo, le persone che incontro, con cui lavoro o quelle che ho avuto la fortuna di conoscere tramite le loro opere.

Modelli di riferimento?
Non ho dei riferimenti comici precisi, ho sempre cercato la mia strada muovendomi con la consapevolezza di trovare una mia originalità; certo, inconsciamente avrò anche copiato qualcosa che mi è rimasta dentro e che magari non ricordo neanche più di aver sentito o assorbito. Poi magari la ripropongo ed esce fuori come fosse una mia idea

Che film guardavi da piccolo?
Vengo da un piccolo paese, Lauria, e lì c’era un cinema di seconda visione, parliamo degli anni ’60;
i primi film furono quelli di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, poi gli sceneggiati in tv come l’Odissea, l’Eneide, Sandokan o Gesù di Nazareth.

Hai nostalgie?
Sinceramente non ho una profonda nostalgia, perché pur avendo dei bei ricordi sono più concentrato sul presente o sul futuro prossimo.

Come si prepara una commedia da attore e da regista?
Nel caso dei miei film la commedia è più una conseguenza che un punto di partenza, perché parto sempre dall’idea di mettere in piedi qualcosa che sia credibile anche se con toni onirici. Non c’è tanta differenza tra commedia e tutto il resto, si tratta di avere una certa credibilità musicale. Mi piace essere credibile sia come attore sia come regista e cerco sempre di fare in modo che questa verità sia anche musicale, armoniosa ed emotiva. Il tono, comico o drammatico che sia, ha sempre a che fare con la poesia, è quella l’anima principale.

Sei in sala con una nuova commedia, “La scuola più bella del mondo”. Il regista Luca Miniero lo ha definita uno ‘specchio del nostro paese’.
Sicuramente l’intento è questo. Riconosco in questo proclama un certo disagio scolastico, un abbandono dell’istituzione scolastica da parte della politica, che punta sempre meno sulla scuola come zona determinante della vita e della società. Bisognerebbe portarla più al centro dell’attenzione in quanto elemento principale per formare la prossima società.

La scuola è stato uno dei punti cardine della campagna elettorale del presidente del consiglio Matteo Renzi. È ancora una speranza per l’Italia?
Sono un po’ un ingenuo e continuo a sperare che le cose possano migliorare, sono dell’idea che si debba avere fiducia nelle istituzioni e nel governo. Poi quando sarò chiamato in causa metterò una crocetta su un simbolo piuttosto che un altro e se non troverò chi mi soddisfa non metterò crocette. Nella mia vita privata, nel mio ruolo politico di divulgatore culturale cerco di veicolare messaggi che penso possano essere utili per delle riflessioni.
Non vedo un sistema alternativo alla democrazia, è un meccanismo in cui si fanno delle scelte e che produce delle regole, che tendo a rispettare a prescindere che siano giuste o sbagliate.
Poi con il piccolo contributo che posso dare alla società provo anche io a lottare contro regole che mi sembrano sbagliate.

Che ricordi hai della tua scuola?
La scuola è stato un periodo importante per me, un momento di formazione e crescita durante il quale ho incontrato anche professori a cui devo molto, soprattutto un professore di storia e filosofia al liceo che mi ha spinto a essere più curioso e attento alla poesia.

Ne La scuola più bella del mondo sei un professore di tecnologia. In che misura la multimedialità e le nuove tecniche possono migliorare o peggiorare il cinema?
Sicuramente ha messo nella condizione di esprimersi più persone, oggi tutti sono in grado di procurarsi una videocamera e un programma di montaggio che possono imparare a usare. Si può provare ad esprimersi più facilmente e con costi più contenuti rispetto al passato; ciò non toglie che ci sia poi un meccanismo subdolo riguardo all’emersione di nuovi talenti, c’è sempre una cupola che frena. Ma chi ha qualcosa di prorompente da dire può farcela anche con pochi mezzi.

Mai pensato di esplorare un territorio che non sia la commedia?
Credo che di averlo già fatto con i miei due film, che si prendono la libertà di non essere completamente commedie, strappano delle risate ma non fini a se stessi. Vale sempre il discorso di prima: la commedia in un certo senso non è un’ambizione a monte di ciò che faccio, poi ben venga, ma non mi chiedo mai se fare una commedia o un dramma.
Cerco di essere divertente per ovvi motivi, soprattutto perché mi piace ridere anche nella vita;
poi si alterna il discorso più serio, musicale e poetico. Sono tante le componenti, la commedia è solo una parte del tutto, così come la vita, è questo che cerco di raccontare: una realtà credibile ed emozionante.

Il boxoffice nostrano si chiude con dati poco entusiasmanti, nonostante la corsa dei distributori a riempire le sale di commedie italiane: quasi 35 nel giro di dieci mesi, stessi canovacci e stessi cast. Non credi che un’operazione simile possa svuotare di senso la commedia stessa?
È un po’ come mangiare il proprio piatto preferito a cena, a pranzo e colazione, dopo un po’ annoia. La commedia negli anni scorsi ha funzionato, in testa agli incassi ci sono state quasi sempre commedie italiane; perciò i produttori, che anche comprensibilmente cercano di fare affari, hanno puntato su quello perché rendeva. Quando si renderanno conto, se non lo hanno già fatto – ma mi sembra di no –, visto che anche con la nuova stagione ogni settimana esce una commedia, quando capiranno che ce ne saranno troppe cambieranno e magari punteranno sull’horror perché ci sarà stato un horror che avrà incassato di più. Adesso ad esempio sta incassando tantissimo “Il giovane favoloso”, magari il prossimo anno faranno film sui poeti e io ne sarei felice.
Siamo in una fase in cui credo ci sia un po’ di confusione e mi sembra che una svolta sia necessaria, soprattutto perché i tempi e la fruizione dell’opera cinematografica e audiovisiva stanno cambiando.
Ma ovviamente non c’è una ricetta, se ce ne fosse una la applicherebbero perché è importante per tutti trovare un audience per un’opera d’arte, alta o bassa che sia.

Hai lavorato con donne bellissime: Belen Rodriguez, Elisabetta Canalis, Michelle Hunzicker, Miriam Leone. È più facile lavorare con delle belle donne o la bellezza può distrarre?
Può contare se devi uscirci a giocare, ma per lavorare contano altre cose. Poi certo, non posso dire di essere insensibile alla bellezza femminile, mi colpisce ma se devo lavorare sono più colpito dalla capacità. Poi in una serata di sbronza e allegria forse potrebbe influenzarmi di più…

Rifaresti Sanremo?
Se me lo avessero chiesto avrei potuto risponderti, ma non lo hanno fatto. Anche se una volta basta e avanza.

I momenti più difficili?
Non ne ho vissuti molti, sono sempre stato gratificato dal fare qualcosa che coincide per fortuna con una mia passione; un momento non facile forse è stato quando guadagnavo di meno, ai tempi dei teatri off, ma facevo cose talmente interessanti ed ero così soddisfatto da essere ripagato artisticamente.

About the author
Elisabetta Bartucca

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