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Jean-Pierre e Luc Dardenne: ‘Due giorni, una notte’, il nostro elogio della fragilità

Jean-Pierre e Luc Dardenne: ‘Due giorni, una notte’, il nostro elogio della fragilità

Lo definiscono “un elogio della fragilità”, un’istantanea dell’assenza di solidarietà sempre più diffusa. Un’intrusione nel reale che non lascia spazio a utopie. Due giorni, una notte, solo l’ultimo di una serie di film che li vede lavorare instancabilmente assieme da oltre 34 anni, è l’ennesimo impietoso sguardo sulla realtà che i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne indagano senza filtri o scene madri, facendone la propria musa ispiratrice. Questa volta i due registi belgi si affidano alla grazia di Marion Cotillard, nei panni di una donna che nell’arco di due giorni e una notte dovrà convincere i propri colleghi a rinunciare al proprio bonus di produzione per salvare il suo posto di lavoro. Dopo il passaggio al Festival di Cannes, che li ha visti trionfare con Rosetta e L’enfant – Una storia d’amore, il film arriverà nelle sale di Roma e Milano il 13 novembre, e il 20 nel resto d’Italia.

 

Negli ultimi due film, al contrario che in passato, avete scelto di introdurre qualche elemento musicale e di affidarvi a due attrici note come Cécile de France e Marion Cotillard. Cos’è cambiato rispetto ai vostro lavori precedenti?
Luc Dardenne: In realtà la musica non c’è neanche in questo film, c’era invece ne “Il ragazzo con la bicicletta” ed era stata prevista sin dalla sceneggiatura. L’impressione che però abbiamo noi è di non cambiare, la sensazione è quella di fare sempre la stessa cosa; l’unica variante è stata il desiderio di far entrare Marion Cotillard nella nostra famiglia, ma il nostro modo di fare cinema non è cambiato.

E la scelta di girare in estate?
L. D.: Nel caso de “Il ragazzo con la bicicletta” volevamo veramente girarlo in esterni e quindi era importante che ci fosse il sole, qui invece il desiderio era meno preciso; da un lato il fatto che la protagonista stesse uscendo da un periodo di depressione ci portava a volerne mostrare il corpo e a non nasconderlo sotto ai vestiti, l’altro motivo più semplice è che i suoi colleghi hanno anche un doppio lavoro e quindi mostrarli all’opera in questa seconda attività sarebbe stato più complesso se avessimo girato in interni.

Conoscete qualcuno che ha vissuto una situazione analoga a quella raccontata nel film?
Jean-Pierre Dardenne: Il punto di partenza del film non è stato l’incontro con qualcuno che avesse vissuto una vicenda simile, ma una notizia che abbiamo letto una decina di anni fa in merito a una persona licenziata all’interno di una divisione della Peugeot con il consenso dei colleghi, perché la sua debolezza e le sue assenze ripetute e prolungate avevano impedito al gruppo di lavoro di ottenere gli stessi premi di produzione di altre squadre. E abbiamo scoperto che fatti analoghi si erano verificati anche altrove, ma ciò che ci ha toccato e spinto a raccontare una storia del genere è la mancanza di solidarietà insita nella vicenda; sarebbe potuta accadere anche a persone conosciute, perché noi viviamo come voi una vita normale, non siamo rinchiusi nel pianeta cinema che peraltro in Belgio non esiste. Abbiamo girato questo film nei luoghi dove lo facciamo abitualmente.

Il film è una fotografia di una situazione data come predefinita: una piccola azienda in cui i protagonisti non hanno alcuna forza propositiva rispetto al dover scegliere tra il licenziamento e il bonus di produzione. Non c’è possibilità di una terza via, di aggregazione o protesta. Come mai?
L. D.: La terza via è quella dello spettatore e il nostro desiderio era mostrare la situazione attorno a una donna molto fragile e carente di fiducia in se stessa, che riuscirà a cambiare e a superare le proprie paure solo incontrando colleghi che le mostreranno solidarietà.
Avremmo potuto immaginare una via diversa con i protagonisti che scendono in piazza e protestano, ma sarebbe stato inimmaginabile per un’azienda di venti persone soltanto.
Abbiamo scelto di fare invece una diagnosi dell’assenza di solidarietà oggi così diffusa, un
sentimento che si sviluppa molto più facilmente in una situazione florida, di benessere e in cui ci sono soldi. Al contrario in questo caso i dipendenti si trovano tutti in una situazione di incertezza e di paura sociale, la stessa che accomuna chi guadagna 1200 euro al mese e per i quali 1000 euro di premio sono più che appetibili.
L’assenza di solidarietà scaturisce dalla paura e dal desiderio di ripiegarsi su se stessi e di lottare da soli, senza pensare che la forza probabilmente viene da un’altra parte.

Quando Sandra esce dal ristorante per concedersi un momento per piangere, la camera sembra rimanere per un attimo in disparte: è ancora difficile per il cinema penetrare realtà dolorose?
J. P. D.: Abbiamo provato per cinque settimane con gli attori e in particolare questa scena, perché non riuscivamo a trovare il modo giusto di rappresentarla. Era scritta come tutto il resto, ma ci affidavamo sempre a soluzioni troppo complicate fino a quando non ci siamo resi conto che forse il modo migliore di girarla era proprio quello di mostrare Sandra di spalle, nel tentativo di nascondersi. Come se per esprimere di più  l’emozione di un personaggio sia essenziale mostrare meno, perché se cerchiamo di penetrare troppo nelle cose finiamo per non vedere più niente; bisogna riuscire a rispettare la giusta distanza per rendere conto del vissuto e dei sentimenti di una persona. Diversamente si scade nella pornografia e il cinema tende troppo spesso a isterizzare le situazioni.

E il finale? È un’utopia o una realistica presa di coscienza?
L. D.: Il tentativo è quello di comunicare un’esperienza umana di liberazione da paure e diffidenze. Non parlerei di utopia ma di trasformazione, la stessa che ci auguriamo faccia lo spettatore vedendo il film, si tratta di un mettersi in discussione rispetto alla posizione che ciascuno di noi ha e vedere come Sandra arrivi a cambiare la vocazione iniziale dei colleghi.
La scelta di un personaggio così fragile e vulnerabile corrisponde al nostro desiderio di fare un elogio della fragilità e della debolezza.

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Elisabetta Bartucca

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