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Largo Baracche: Ragazzi di vita in cerca di un’opportunità

Largo Baracche: Ragazzi di vita in cerca di un’opportunità

Giovani in cerca di un futuro nella Napoli dei Quartieri Spagnoli. Gaetano Di Vaio sceglie di raccontarli con un documentario, premiato come Migliore Doc italiano all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma.

3stelle

Il successo del fenomeno Gomorra, prima letterario poi cinematografico (guai a definire ‘televisiva’ la serie, anche quella è cinema a tutti gli effetti), ha avuto un merito inconfutabile, su tutti: fare luce sulla realtà criminale di una città, Napoli, popolata anche (ma non solo) da giovani in cerca di futuro.
Futuro che il più delle volte non trovano se non sbandando, cedendo alla tentazione della strada, seguendo un destino comune tracciato da un sistema (in)civile che di fatto ogni giorno sembra dimenticarsi della loro esistenza, salvo ricordarsene in fase punitiva. Gaetano Di Vaio, un passato criminale ma anche un riscatto che porta il nome di importanti progetti culturali da produttore come Là-bas di Guido Lombardi, Leone del Futuro alla Mostra del Cinema di Venezia, e la sua opera seconda Take Five, sceglie di raccontare proprio questi ragazzi in Largo Baracche, votato dal pubblico come Migliore Doc italiano all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma.

Utilizzando il mezzo espressivo più potente, l’unico in grado di raccontare senza filtri: il documentario. Non è la prima volta, Di Vaio ha già girato e prodotto Il loro Natale, sulle famiglie dei detenuti di Poggioreale e Interdizione Perpetua. Con Largo Baracche dimostra ancora una volta che letteratura e cinema nulla possono contro la forza del reale. E così i ragazzi di vita, per dirla con Pasolini, dei Quartieri spagnoli, alias Carmine Monaco e la sua “batteria” di amici, si svelano direttamente allo spettatore nella loro quotidianità.
Si presentano alla telecamera, raccontano allo spettatore i loro disagi e quelli dei loro parenti, quasi tutti con esperienze carcerarie. Colpisce la voglia di riscatto del figlio di un boss che sceglie la legalità, e ricorda le conversazioni con il padre dietro a un vetro, con due fori per parlare, un microfono, l’impossibilità di abbracciarlo, di mangiare insieme almeno a Natale. Oppure l’ansia del parcheggiatore abusivo padre di famiglia che, anche quando viene multato, grida la voglia di avere “almeno un’alternativa” per far mangiare i suoi figli. E ancora, il senso di abbandono e fatalismo che vive chi abita in quei quartieri: “Noi siamo già condannati perché viviamo qui, siamo già bruciati”.

Tra un’intervista e una discussione corale, un breve intermezzo poetico sull’innocenza e l’infanzia che corre lungo i vicoli di una Napoli ritratta con una fotografia suggestiva, a significare che c’è ancora tanta umanità da salvare. Un documentario che scuote, che sceglie una narrazione asciutta e senza particolari vezzi formali e lascia infine impressa l’esplosione di rabbia di uno dei suoi ‘personaggi’. E’ una ragazza dei quartieri spagnoli, che insorge contro il suo gruppo di amici e contro la retorica del vittimismo facile. Non è vero che se vieni dai Quartieri Spagnoli hai per forza il destino segnato, lei con un padre tossicodipendente e una madre senza lavoro ne sa qualcosa. E’ arrivata all’Università, e continua a fare sacrifici per andare avanti. Obbedendo solo a una regola, chiara e potente: “Chi vuole studiare, studia. Chi si vuole salvare, si salva”.
Perché un’alternativa alla strada c’è, e si chiama cultura.

Claudia Catalli

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