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Lo sciacallo: La lunga notte del sogno americano

Lo sciacallo: La lunga notte del sogno americano

Primo exploit dietro la macchina da presa per lo sceneggiatore Dan Gilroy che dirige un inquietante Jake Gyllenhaal in un noir drama piuttosto atipico presentato al Festival Internazionale del Film di Roma. Nelle sale italiane dal 13 novembre per la Good Films.

4stelle

 

La notte della metropoli, un’auto sportiva, una telecamera. Nightcrawler (in italiano Lo sciacallo) è questo ma è anche molto di più. Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma l’esordio del regista Dan Gilroy racconta l’epopea di Lou, outsider losangelino, che entra a piedi uniti nel mondo dell’informazione televisiva grazie all’idea di andare a riprendere immagini esclusive sui luoghi della cronaca nera, siano essi la scena di un terrificante incidente o di un omicidio efferato.

Ma nella sceneggiatura firmata sempre da Gilroy – che a Hollywood s’era fatto strada proprio con gli script di film come Real Steel e The Bourne Legacy – le gesta del protagonista, interpretato da Jake Gyllenhaal, riescono ad avere tanto il sapore della scalata all’Olimpo quanto quello della discesa agli inferi, in un’escalation inarrestabile che ha il coraggio di prendere il mito del sogno americano e di raccontarne il lato macabro e perverso. E così l’aspirazione al successo sopprime ogni scrupolo e lascia emergere pulsioni erotiche e sessuali che solo il pudore della scrittura confina in pochi dialoghi e in molte allegorie.

Ma questo film non è solo riflessione, non è solo denuncia cruda e realistica di un sistema dell’informazione che cede troppo spesso alla tentazione del voyeurismo e della spettacolarizzazione, perché in Nightcrawler c’è anche la forza delle immagini che ritraggono una Los Angeles fatta solo di stradoni infiniti, avvolti in una notte perenne. C’è una coscienza registica che quando bisogna premere sull’acceleratore si lascia prendere dall’amore per un certo cinema che faceva dell’auto il suo feticcio, da Steve McQueen a Driver l’imprendibile. C’è la consapevolezza di un intreccio noir che non ha bisogno di guardie e ladri per raccontare un’ossessone e soprattutto c’è un protagonista perfetto, sia sulla carta che sullo schermo.

Il personaggio di Lou, che si riempie la bocca con le formule vuote dei manuali di gestione d’impresa, e l’interpretazione di Gyllenhaal, con quel suo sguardo prima attonito e stordito dalla sovraesposizione televisiva, poi  gradualmente più viscido e consapevole, sono infatti il vero motore di una vicenda ineluttabile come il destino dei suoi protagonisti e di un film povero, spietato ma indubitabilmente bello.

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Marcello Lembo

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