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Fino a qui tutto bene: Laureati… e poi?

Fino a qui tutto bene: Laureati… e poi?

Il regista de I primi della lista torna al Festival di Roma con il suo secondo lungometraggio. Onesto e sincero atto di coraggio.

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Un titolo che è una chiara citazione de L’odio di Mathieu Kassovitz, un impianto produttivo sui generis, il The Coproducers, che invece di pagare attori e maestranze gli dà il diritto di ricevere una percentuale sull’incasso del film, un budget complessivo di 250mila euro, 21 giorni di riprese in tutto. E alle origini un documentario che il regista Roan Johnson avrebbe dovuto girare sull’ateneo di Pisa, ma che non vide mai la luce. Perché sarebbe diventato questo film, Fino a qui tutto bene, secondo lungometraggio del regista toscano che proprio al Festival di Roma, dove il film è stato presentato nella sezione Prospettive Italia, esordì nel 2011 con I primi della lista.
Protagonisti cinque ragazzi fuori sede al termine del loro percorso di studi universitari, alle prese con l’ultimo weekend nell’ appartamento che hanno condiviso per anni tra esami, amori, dolori, sogni, feste in terrazza e lavandini da sturare prima che la vita vera irrompa definitivamente in una quotidianità fino a quel momento acerba, protetta, ovattata.
L’ultimo gin tonic, poi ognuno per la propria strada: Ilaria (Silvia D’Amico) tornerà a Frosinone a casa dei genitori, il ‘Cioni’ (Paolo Cioni) rimarrà da solo a Pisa, Vincenzo (Alessio Vassallo) invece se ne andrà in Islanda a studiare i vulcani, Francesca (Melissa Anna Bartolini) il suo sogno d’attrice pensa di realizzarlo a Milano, Andrea (Guglielmo Favilla) invece ci ha rinunciato e per questo ha deciso di raggiungere un amico in Nepal.
Malinconico, leggero, ironico Fino a qui tutto bene è, come lo definisce il regista stesso, “un atto di coraggio collettivo”, un modello produttivo certo non sempre replicabile ma forse l’unica soluzione in questo caso per raccontare lo spaccato di una generazione.
Una casa condivisa –anche dagli stessi attori protagonisti, perché di soldi per l’albergo non ce n’erano – una camera a mano, una sceneggiatura spesso riscritta sul set e la partecipazione di tanti amici e colleghi sono bastati a fotografare la magia di un istante e l’incertezza del dopo.
E la crisi? In un paese che gira in tondo non resta che rimettere i remi in acqua e cercare di trovare la giusta direzione. Il tempo di un’ultima birra, poi tutti a remare.

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Elisabetta Bartucca

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