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Soulboys of the western world: Spandau Ballad

Soulboys of the western world: Spandau Ballad

Il film che ripercorre le tappe della carriera del gruppo guidato da Gary Kemp e Tony Hadley approda in sala il 21 e il 22 ottobre dopo l’anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma.

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Una volta nella polvere, due volte sugli altari. La parabola musicale e umana degli Spandau Ballet, tra trionfi e cadute, tra palchi e tribunali, diventa un film, Soulboys of the western world, diretto da George Hencken, che si pone un doppio obiettivo: quello di raccontare la storia di una delle band più famose degli anni ’80 e al contempo quello di fare da volano promozionale al nuovo tour, il secondo sin dalla reunion risalente allo scorso 2009, che porterà l’attempato quintetto sui palchi di cinque città italiane il prossimo marzo.
Polvere e altari, si diceva. E in effetti la prima parte dedicata alla storia della band ci porta inizialmente nella Swingin’ London di fine anni ’60, poi in una capitale dove la rivolta punk sta a poco a poco perdendo la sua carica e dove l’estetica dei new romantics troverà terreno fertile proprio grazie agli Spandau Ballet, a Boy George, a un David Bowie che ha messo alieni e astronavi nel baule per puntare sul glitter della club scene.
La nascita della band, l’inseguimento esasperato di un nome e di un pubblico emergono a poco a poco dal ritratto di Hencken a cui segue la descrizione dei concerti, da quello sulla Hms Belfast, la storica corazzata ancorata nel Tamigi, fino ai tour europei. Il passaggio più interessante del film è forse quello che descrive la traiettoria discendente della parabola degli Spandau Ballet, l’ego che emerge, la stanchezza, i dissidi interni e la decadenza. E anche il momento successivo, quello delle liti, delle discussioni in tribunale, che videro come protagonisti l’autore e chitarrista Gary Kemp e il cantante Tony Hadley. Purtroppo però c’è l’esigenza di un lieto fine e a farne le spese è il momento del riavvicinamento che sembra risolversi troppo facilmente in un “volemose tutti bene”.
E se lo svolgimento è prevedibile, la composizione del documentario non manca di brillantezza e di ironia (bersaglio preferito: Margaret Thatcher) anche se la scelta di affidare la narrazione alternata alle cinque voci narranti risulta un po’ spiazzante a meno di non essere super fan della band.

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Marcello Lembo

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