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Roma 2014: Spandau Ballet, un tuffo negli anni ’80

Roma 2014: Spandau Ballet, un tuffo negli anni ’80

L’icona del pop britannico sul red carpet del Festival di Roma, protagonista di un documentario sulla loro epopea glam.

Erano cool, ascoltavano musica pop e volevano vestirsi bene ed essere eleganti. Erano i figli di David Bowie, della cultura del reinventarsi, delle serate esclusive nei club di Soho, ragazzi della classe operaia stanchi del punk e che negli anni seguenti avrebbero dato fiato alle contestazioni contro i provvedimenti di Margaret Thatcher.
E’ in questo fermento culturale, sociale e politico nella Londra di fine anni ’70 che nascono gli Spandau Ballet, uno dei gruppi più influenti della scena pop britannica di quel periodo. Eccentrici, glam ed eccessivi, quei cinque ragazzi partiti dai locali del West End londinese si raccontano venticinque anni dopo il loro scioglimento. L’occasione è il festival Internazionale del film di Roma, dove un documentario (Spandau Ballet: Il Film- Soul Boys of the Western World di George Hencken) ripercorre le fasi cruciali della loro carriera. Una ricostruzione attenta anche al contesto storico in cui nacquero gli Spandau Ballet, una band destinata a diventare icona del pop. Protagonisti di una chiacchierata con la stampa sono proprio loro: Tony, Gary, Martin, Steve e Toby.

Che tipo di cinema vi piace?
Gary Kemp: Il primo film che vidi fu Arancia Meccanica, amo Kubrick , Chaplin e i film muti in genere, Nuovo Cinema Paradiso e Quei bravi ragazzi, il migliore film gangster mai scritto secondo me. Ma mi piace molto anche il cinema inglese, London – The Modern Babylon di Julien Temple o The London Nobody Knows.
Tony Hadley: Amo molto la prima parte del film, che racconta come eravamo da bambini, il tumulto politico ed economico di quegli anni, le lotte operaie, gli scioperi, tutto quel fermento. Spero che tutti gli italiani possano andarlo a vedere quando uscirà in sala il prossimo 21 e 22 ottobre..

Il vostro rapporto con i il pubblico italiano in quegli anni? Come vi sentivate?
G. K.: L’Italia è stata un po’ in ritardo rispetto ad altri paesi, ha cominciato a seguirci con l’arrivo di Mtv e i videoclip. Molto materiale di quel periodo lo dobbiamo a Red Ronnie, che continua a girare anche in questo momento! Abbiamo un ricordo bellissimo, ci seguivano fan di ogni età, ma nello stesso tempo la parte italiana della nostra storia ha rappresentato anche un momento ben preciso: il mondo esterno si era globalizzato, era diventato grande ma il nostro vero mondo, quello in cui vivevamo si era rimpicciolito, eravamo sotto pressione.

I vostri grandi rivali erano i Duran Duran? Ma era davvero così?
G. K.: Certo, volevamo sempre essere i primi e vincere.

E cosa ci raccontate dell’attuale scena musicale?
T. H.: Oggi il panorama musicale ci offre tanti diversi protagonisti: ci sono le boy band ma anche i grandi cantanti, ma la difficoltà principale è quella di vendere musica.
G. K.: All’epoca le nostre due fonti di interesse erano la moda e la musica pop; oggi ci sono molti più stimoli: guardando quei filmati mi rendo conto di quanto fossimo ingenui e semplici.
Erano anni in cui potevamo esplorare il concetto di mito, oggi invece è difficile sperimentare questo tipo di esperienza perché abbiamo tutto a portata di mano, tutto è molto più accessibile.
Ad esempio non volevamo assolutamente che le case discografiche entrassero nei locali in cui suonavamo.

Come è andato il lavoro di ricerca?
T. H.: Abbiamo raccolto più di 300 ore di materiale d’archivio. Non avevamo molto, ci siamo rivolti a tutti quelli che potevano avere qualcosa, e in questo per esempio Red Ronnie ci è stato di grande aiuto: è stata una specie di caccia al tesoro. Poi abbiamo dato tutto il materiale a George, questo film è il suo modo di vederci e noi la ringraziamo per aver capito l’amicizia che ci legava.

Che cosa è stata per voi la musica punk?
G. K.: Il punk ti diceva che non dovevi saper suonare per forza per poter salire su un palco, che chiunque avrebbe potuto creare una band, si nutriva di un’anima distruttiva ed era ovvio che non poteva durare a lungo: la nostra generazione si era stufata di questo, era stanca di andare in giro in maniera così sciatta e aveva voglia di vestirsi bene e ascoltare musica commerciale.
A Londra in quegli anni c’era di tutto, c’erano tante tribù a cui potevi scegliere di appartenere, si usciva per strada a trovare la propria identità vestendosi in un determinato modo: oggi la si trova in altre maniere.

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Elisabetta Bartucca

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