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Roma 2014: Jeunet, “Il mio Spivet? Un’ode al 3D e ai grandi spazi americani”

Roma 2014: Jeunet, “Il mio Spivet? Un’ode al 3D e ai grandi spazi americani”

Pochi registi hanno stile tanto personale che bastano poche scene a riconoscere subito un occhio, una mano. Sicuramente tra questi c’è il francese Jean-Pierre Jeunet che si fece conoscere con Delicatessen diretto insieme a Marc Caro e che fece innamorare il mondo con Il favoloso mondo di Amélie. Ora Jeunet è al Festival Internazionale del Film di Roma, a presentare Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, la sua ultima opera che dopo un iter un po’ travagliato si appresta ad avere una distribuzione italiana grazie Fulvio e Federica Lucisano in collaborazione con Rai Cinema.

La prima cosa che salta all’occhio in questo film è sicuramente il 3D, le piace come tecnica?
Sin da piccolo ero appassionato di 3D, avevo un viewmaster lo guardavo sempre. Poi cominciai con i pop-up book e restavo sempre affascinato dai vetrini con le foto in 3D della prima guerra mondiale. Poi quando ho cominciato a leggere il libro di Reif Larsen, da cui è tratto il film, mi sono reso conto che le immagini saltavano fuori dalla pagina e quindi ho deciso di farci un film in 3D. Ho lavorato con lo specialista che aveva fatto Hugo Cabret con Scorsese, abbiamo usato l’hardware usato da James Cameron in Avatar, è stato divertente.

Come si è trovato ad adattare l’opera di un altro?
Quando ho incontrato Larsen mi sono reso conto di avere davanti un ragazzo che poteva essere mio figlio. Mi disse che quando aveva visto Amélie si è sentito come se gli avessi rovistato nel cervello e mi portò in regalo un libro di fotografie che io stesso avevo regalato a degli amici. Non è una coincidenza.

E questa passione per la frontiera americana da dover arriva?
Quando ho avuto la possibilità di fare questo film l’ho fatto essenzialmente per tre motivi. Perché potevo girarlo in 3D, perché mi accusano spesso di fare film che non trasmettono emozioni e volevo smentire questa cosa, e perché c’era la possibilità di girare in quei luoghi, nel Montana. Ho sempre avuto la passione per i grandi spazi americani. E ricordo che incontrammo della gente del luogo durante le riprese e quando videro che giravamo un film qualcuno commentò: “Speriamo che non giriate un film da gay, tipo Brokeback Mountain”.

Lei ha lavorato sia in America che in Europa, dove si è trovato meglio?
Innanzitutto bisogna distinguere. C’è un’America indipendente e c’è l’America degli studios. Io ho fatto Alien – La Clonazione per uno studio e posso dire di aver avuto il 95% di libertà creativa. Oggi non sarebbe più così. Ma comunque all’America non si sfugge.

Cosa intende?
Penso a Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, che verrà distribuito da Harvey Weinstein che però lo vorrebbe rimontato per il pubblico americano. Ci provò già in passato per Delicatessen e io Marc Caro gli rispondemmo che un taglio che si poteva fare era quello dei nostri nomi nei titoli di coda. Weinstein non è nuovo a questa cosa, con Amélie non vinsi l’Oscar perché Hollywood aveva deciso di boicottare la Miramax quell’anno per alcune storie simili. E la cosa assurda è che questo problema con Weinstein non ha bloccato la distribuzione solo in America, l’ha bloccata in tutto il mondo.

Il protagonista del film, il piccolo Kyle Catlett, è eccezionale. Come l’avete trovato?
Non è stato affatto facile. Abbiamo fatto oltre 3000 provini. A Vancouver, Montreal, Chicago, Los Angeles, Ottawa e Londra. Poi un giorno vedo questa cassetta con un ragazzino di nove anni che dice di essere campione di arti marziali, di parlare russo e latino e di essere capace di piangere a comando. E allora penso: è lui. Ed è stato fantastico, voleva girare tutte le scene, anche quelle pericolose e non conosce la fatica nonostante si sia lavorato in condizioni quasi impossibili.

Cioè?
Purtroppo scoprimmo che l’agente ci aveva mentito. Kyle era stato preso per una serie americana, The Following, ed essendo lui americano la serie americana aveva la precedenza. Allora scrissi al produttore Kevin Williamson, chiedendo le tabelle di lavoro del ragazzo per poterci incastrare le nostre riprese. Dopo un po’ ci arrivò una lettera della Warner dove ci dicevano che noi non eravamo niente e che potevamo scordarci il ragazzino. Kyle in pratica ha lavorato nei fine settimana, nei periodi di riposo e a volte siamo stati costretti a girare con una controfigura e poi ad aggiungerlo in green screen.

Come mai passa tanto tempo tra un suo film e l’altro?
Come diceva Jean Renoir “io faccio film per il piacere di farli” e poi li scrivo pure, è un processo che richiede tempo.

Se potesse girare a modo suo il film di un altro che film vorrebbe girare?
C’era una volta il west di Sergio Leone. Ero in barca con Marc Caro quando ci arrivò la notizia che Leone era morto. La prendemmo quasi come un segno, che avremmo dovuto continuare la sua opera.

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Marcello Lembo

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