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Milian: “Io sono il Monnezza, la mia vita puzzava ma era poetica”

Premiato dal Festival di Roma il mitico attore cubano, formato all’Actors Studio e cresciuto in Italia, tra ‘spaghetti western’ e la saga del ‘Monnezza’ ci racconta la sua vita, il suo successo e la sua infanzia, segnata dal suicidio del padre avvenuto davanti ai suoi occhi di dodicenne…

Tomas un premio dalla città di Roma, se lo aspettava?
Per me è stata una coronazione, arriva per il personaggio che ho amato di più tra quelli che ho fatto, ‘Il Monnezza’. In effetti sta a brevissima distanza dal Generale Salazar di ‘Traffic’ diretto da Steven Soderbergh, le due cose più belle che ho fatto al cinema, una nell’universo del bene (Monnezza) uno in quello del Male (Salazar).

Ha citato due esperienze tra le tante pellicole cinematografiche in Italia e in America, si lavora molto diversamente al di qua’ e al di la’ dell’Atlantico? cosa ci racconta lei di Soderbergh ad esempio…
Beh non è che ci siano grandi differenze con i buoni registi. Se parlo di Soderbergh lui è all’italiana, direi alla romana, non lo vedi ma è sempre li’, si nasconde ma è molto esigente.
Ricordo la prima scena che feci con Benicio del Toro, mi aveva detto che gli serviva un’aria di grande sicurezza. Il giorno prima delle riprese pensai che mi serviva un bastone. girai per tutta Manhattan per cercare quello giusto, che mi desse istintivamente quel carisma. All’ora di chiusura entrai alla boutique Brioni, e vidi questo bastone che ho ancora oggi; costava 1600 dollari ma lo presi, feci un assegno, doveva essere mio, anzi del Generale Salazar.

Qual’è stato il regista o i registi che ha amato di più nel nostro Paese?
Bernardo Bertolucci e Luchino Visconti.

Oggi possiamo dirlo, ‘Il Monnezza’ lo ha inventato lei?
Certo che si. Quando l’ho firmato io si chiamava ‘Il Trucido’. Il nome deriva dalla mia esperienza con mio padre. Con lui andavamo a raccogliere tutti gli scarti del cibo in tutto il vicinato per dar da mangiare ai maiali. Puzzavamo talmente tanto che i maiali quando ci sentivano arrivare cominciavano a grufolare perché sapevano che sarebbe arrivato il cibo.
Io mi vergognavo naturalmente, soprattutto quando mio padre mi mandò a scuola dai Salesiani e chi mi capitò come compagno di banco? Il figlio del Presidente Salazar, vicino al figlio del monnezzaro…
Una vita puzzolente ma poetica, che io ho voluto trasferire in quel personaggio, che non poteva che chiamasi Monnezza.

Un’infanzia non facile la sua…
Si, avrei dovuto avere amore da mio padre ed invece ebbi solo bastonate…
Un giorno, era 31 dicembre del 1946, mi disse ‘Tommy tu sei già un ometto e io voglio che tu cominci a prenderti cura di tua madre e della tua sorellina perché tuo padre è molto stanco…’
Io pensai che me lo dicesse perché era Capodanno e da domani avrebbe ricominciato a menarmi come sempre. Eravamo a casa dei nonni ed a un certo punto vidi che mia madre stava piangendo dopo aver parlato con lui.
Entrai nella stanza per capire cosa stesse accadendo e lo vidi seduto in poltrona, in uniforme, con il cinturone e la postola in mano.
Dopo un’attimo prese la sua 45 automatica e la puntò dritta verso di me, ero sicuro che mi avrebbe ucciso. Invece se la portò al cuore e la fece finita. L’ultimo testo di violenza su di me, mi disse molti anni dopo il mio psicanalista… Il resto è storia.

di Rocco Giurato

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La redazione

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