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Class Enemy: un’intensa e magistrale opera prima

Class Enemy: un’intensa e magistrale opera prima

Dal 9 ottobre sugli schermi italiani, “Class Enemy” segna l’esordio di un giovanissimo regista sloveno, Rok Bicek. Su un ring chiamato scuola si combatte una guerra tra studenti e professore: tra incomprensioni e letteratura, Bicek riesce a fare un film ricco di sfumature e descrive un processo di crescita con un ritmo sempre più crescente; ottime le interpretazioni degli attori e la direzione.

4stelle

Caro a tanti registi e sceneggiatori, il tema della scuola e delle sue dinamiche interne è stato più volte sfruttato al cinema. Il giovane regista sloveno Rok Bicek lo pone al centro del suo Class Enemy, opera prima già vincitrice del premio Fedora alla Settimana Internazionale della Critica del Festival di Venezia 2013 e nominato al LUX Prize 2014, conferito dal Parlamento Europeo. La normale vita di una classe viene sconvolta prima dall’arrivo di un nuovo professore di tedesco, il severo Robert Zupan, poi dal suicidio di una compagna, Sabina. Tra gli studenti cresce il malcontento che sfocia in una corsa alla ricerca di un colpevole: sarà proprio il professor Zupan al centro dei loro attacchi. Si scatena così una guerra che diverrà ancora più aspra quando Zupan commissiona un compito in classe che prende spunto da una citazione di Thomas Mann: “La morte di un uomo è meno affar suo di chi gli sopravvive”.
Colpevoli di non aver saputo ascoltarsi, professore e studenti sono travolti da un vortice di elementi sapientemente scelti e posizionati dal regista, che riesce a realizzare una pellicola il cui ritmo aumenta in maniera direttamente proporzionale all’acuirsi dello scontro. E questo grazie anche ad alcune decisioni prese da Bicek, come quella di scegliere gli interpreti per il suo film o di girare le scene solo nel claustrofobico ambiente scolatico.
Per quanto riguarda il cast, infatti, il regista ha usato solo cinque attori professionisti per gli altrettanti professori capitanati da un mostro sacro del teatro sloveno, Igor Samobor (che interpreta Zupan), mentre per gli studenti sono stati scovati nei principali istituti superiori della Slovenia: scelta azzeccatissima che ha donato al film un maggiore realismo, ma soprattutto dimostra come Bicek sia in grado di dirigere magistralmente i suoi attori.
E poi la decisione di filmare tutte le scene all’interno della scuola (tra l’altro la stessa dove sono realmente accaduti i fatti raccontati nel film) permette a “Class Enemy” di varcare i confini del suo paese di produzione e di respirare un’aria più europea e, quasi, mondiale.
A sottolineare come questo film affronti problemi generali e non legati ad un solo contesto, le scene in cui alcuni protagonisti aprono le finestre; non riusciamo a vedere alberi, parchi, strade o anche parti di cielo: dalle imposte entra solo una luce abbagliante, come se l’esterno non esistesse e l’unica cosa importante sia quello che accade all’interno dell’edificio. Si crea, quindi, una voluta claustrofobia che, contrariamente a quanto si può pensare, non solo dona al film un respiro più ampio ma permette al regista e, soprattutto, a chi guarda il film di porsi delle domande, di riflettere su ciò che accade e di prendere una posizione al riguardo. Senza alcun tipo di interferenza da parte di nessuno.
Rok Bicek, non ancora trentenne, debutta con un lungometraggio davvero notevole, che non presenta incertezze, ma che è all’altezza dei lavori di tanti grandi maestri del cinema. Sta nascendo una nuova stella e noi ci auguriamo che stelle così continuino ad illuminare il buio della grande sala.

Augusto D’Amante

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La redazione

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