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Medianeras – Innamorarsi a Buenos Aires: Fobie e nevrosi metropolitane

Medianeras – Innamorarsi a Buenos Aires: Fobie e nevrosi metropolitane

Presentato nella sezione Panorama della 61˚ edizione del Festival di Berlino e vincitore del premio come miglior film al Gramado Film Festival 2011, Medianeras – Innamorarsi a Buenos Aires è il primo lungometraggio di Gustavo Taretto. In sala dal 2 ottobre.

3stelle

In Medianeras gli spazi urbani di Buenos Aires sono protagonisti. Proiettati sullo schermo, ricreati attraverso l’immagine cinematografica, disdegnano d’essere oggetto del giudizio estetico fine a se stesso e assurgono a icona di una riflessione filosofica, manifestando l’urgenza della loro valenza simbolica (Gli edifici riflettono le nostre irregolarità, irregolarità etiche ed estetiche), a favore della quale il regista utilizza lo scenario architettonico con un fine preciso: la città rappresenta le viscere di un uomo rivoltate.

Martin (Javier Drolas) è un web designer, affetto da numerose fobie, che dopo anni passati al computer decide di uscire dal suo isolamento. Mariana (Pilar López de Ayala) è un architetto che, non trovando lavoro, si guadagna da vivere allestendo le vetrine dei negozi. I due ragazzi abitano nella stessa strada, frequentano gli stessi luoghi, amano gli stessi film e ascoltano la stessa musica ma non hanno mai avuto occasione d’incontrarsi.

Lo stile di Medianeras propone un uso creativo dell’immagine, soprattutto quando questa serve a tracciare ed esprimere contenuti simbolici e teorici. Provenendo da una formazione fotografica, Gustavo Taretto utilizza spesso l’immagine statica per rimarcare i contenuti affidati alla voice over dei protagonisti mentre raccontano se stessi e la propria vita, inserisce disegni e sequenze animate per dare rilievo a momenti particolarmente significativi della storia.
L’immagine che descrive la quotidianità metropolitana, realistica o stilizzata, è il filo conduttore del plot e si modella costantemente alla conformazione estetica della città.

Medianeras non usa la città di Buenos Aires come ambientazione o scenografia ma entra nell’architettura per svelarne il significato, per dichiararne la somiglianza con i sentimenti dei suoi abitanti: caotici, imprevedibili, contradditori, bisognosi, ostili. Gli edifici sono costruiti rispecchiando le differenze fra gli uomini e le contraddizioni della vita contemporanea che offre, attraverso il conforto ingannevole della tecnologia a portata di mano, la trappola perfetta delle “scatole da scarpe”: piccoli appartamenti dotati di tutti i confort, in cui ogni individuo, perennemente connesso attraverso la rete, è paradossalmente sempre solo, affetto da fobie, manie e disturbi depressivi.
La presenza degli altri milioni di individui che abitano la metropoli è percepita con un sentimento di estraneità, nervosismo e malessere, più adatta a generare attacchi di panico e nevrosi che sentimenti d’amicizia.

Sebbene l’idea all’origine di Medianeras sia scaturita da una riflessione amara sulla solitudine vissuta nelle metropoli, il tono del film si serve di un linguaggio ilare ed ironico ed utilizza umorismo e leggerezza nel dipingere il disagio di due trentenni, laureati, disoccupati ed eterni bambini mentre praticano il loro isolamento mentale, spirituale e materiale. Martin e Mariana abitano in due edifici opposti che si affacciano sulla stessa strada, sul lato della “medianeras”, ossia quello senza finestre, su cui in genere sono affissi grandi cartelloni pubblicitari. Il significato delle immagini è nuovamente simbolico nel momento in cui i due ragazzi decidono, simultaneamente, di aprire una finestra sulla parete cieca: la luce è la speranza di un incontro, di un raggio di vita inatteso che possa riscaldare le loro esistenze solitarie, monotone e vuote.

Medianeras si serve costantemente di figurazioni simboliche e le immagini sono sempre utilizzate in funzione di assunti teorici. Se la risposta alla solitudine urbana, alle nevrosi e all’isolamento potrebbe essere l’unione di un uomo e una donna attraverso l’amore, purtroppo la filosofia non è sufficiente; il film infatti sceglie fin dall’inizio la forma della commedia ed il finale, partendo da una tesi amara e sconsolata, non può che imboccare la strada del sogno; la favola, anche quando propone una serie di eventi improbabili, in qualche modo mette in moto i simboli intramontabili della speranza.
Se in una città di 4 milioni di abitanti, trincerati ognuno dietro le proprie difese e barriere, non può esistere una circostanza verosimile che possa condurre i due personaggi ad un incontro, il lieto fine è garantito da tutti gli espedienti – deus ex machina – della fantasia.

Gisella Rotiroti

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La redazione

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