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Lucy, supereroina cerebrale e adrenalinica

Lucy, supereroina cerebrale e adrenalinica

Dal 25 settembre in sala la risposta di Luc Besson ai cinecomic, con una Scarlett Johansson con superpoteri che scardina le regole del genere e trascende verso territori meno esplorati della fantascienza.

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Così lontani, così vicini. Si parla di supereroi, nuova Mecca dell’industria cinematografica che fissa, ogni anno, almeno quattro o cinque appuntamenti al botteghino. E forse è stato proprio il trend a lanciare nelle sale Lucy, un progetto a cui Luc Besson stava lavorando da nove anni.
A quattro anni da Adéle e l’enigma del faraone, a 17 dal Quinto elemento, il regista-sceneggiatore francese più apprezzato fuori dai confini nazionali è tornato a manipolare la materia del fantastico e lo ha fatto portando la consueta dose di azione e adrenalina ma mettendoci anche un po’ di cibo per il pensiero, e aggiungendoci il volto di Scarlett Johansson dopo (si dice) aver pensato ad Angelina Jolie per il ruolo.

Lucy è sulla ventina, studia e lavora a Taipei, e la sua fiamma del momento la coinvolge in una storia più grande di lei, una storia che le permetterà di sviluppare dei poteri sovraumani. Superpoteri dunque ma non aspettatevi un cinecomic e non solo perché l’origine della sua eroina non è fumettistica. La base di tutto è la teoria (sconfessata a più riprese dalla scienza in realtà) secondo cui l’essere umano usa solo un 10% del potenziale del suo cervello. Besson però, che ha approfondito gli studi in materia per quasi un decennio, decide di prenderla come pretesto narrativo e di svilupparne le conseguenze.

Lucy ha l’anima di un thriller adrenalinico di quelli che Besson sa confezionare con grande perizia (qualcuno ha detto Léon?), ha un personaggio femminile forte (quelli alla Nikita per intendersi), ha una parte centrale dove l’azione si mescola con elementi onirici (Matrix e Inception) e un finale che richiama film come 2001 Odissea nello Spazio (citato anche all’inizio) o anche The Tree of Life di Terrence Malick. Un cocktail di suggestioni portate avanti però con identità stilistica precisa e con una sceneggiatura cadenzata, dove le cifre percentuali di utilizzo del cervello sembrano scandire il tempo come i rintocchi di un metronomo. La Johansson come in Under the Skin è unico centro della vicenda e come in Under the Skin si sveste (stavolta solo metaforicamente, però) della sua umanità, ma se nel film di Glazer il personaggio era statico, qua è la progressione a farla da padrone. E così i suoi lineamenti prima la fanno studentella non troppo sveglia, poi la esaltano a eroina d’azione in stile Avengers, poi (lasciando anche qualche interludio all’emozione) le permettono di evolvere verso qualcos’altro. Lucy è un film divertente, spettacolare, e che nasconde sotto una teoria scientifica non vera una metafora sulle potenzialità inespresse e sul valore della conoscenza che si conclude con un finale forse un po’ brusco che però si può perdonare perché è da sempre quasi un tratto distintivo dell’autore.

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Marcello Lembo

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