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Under the skin: il buio sotto la pelle

Under the skin: il buio sotto la pelle

A quasi un anno dalla proiezione alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia il film esperimento di Jonathan Glazer arriva sugli schermi italiani, con una Scarlett Johansson in pelliccia e parrucca bruna. In sala dal 28 agosto.

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Quasi dieci anni di lavorazione, una serie di cambiamenti in corso, cambiamenti di prospettiva, di sceneggiatura. Prima l’idea di puntare su una coppia di grandi nomi, poi l’addio di Brad Pitt e la scelta di centrare l’obiettivo sulla protagonista femminile, infine la metamorfosi in esperimento, la trovatata di filmare attori inconsapevoli. Assume tutti i contorni dell’odissea creativa Under the Skin, opera terza di Jonathan Glazer, l’uomo che prima di dedicarsi al grande schermo ha trasformato in forma d’arte il videoclip, collaborando tra gli altri con Radiohead, Blur e Massive Attack.
Passati dieci anni è arrivato il momento di uscire in sala dopo la presentazione alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, ed è anche tempo di tirare le somme di quest’opera-calvario, di trovare la forma a un esperimento magmatico che cominciava a velarsi di leggenda. Brad Pitt non ci sarà più, ma il nome noto non manca, è quello di Scarlett Johansson che è rimasta fedele al progetto anche quando, a detta dello stesso Glazer, il regista era pronto a mollare tutto.
E così, nell’adattare il romanzo “Sotto la pelle” di Michel Faber, ci ritroviamo una Scarlett, aliena impelliciata e in parrucca bruna, che si aggira per le vie di una Glasgow grigia come non mai ad accalappiare uomini destinati a una brutta fine, prima che un incontro diverso dagli altri non la lanci in un viaggio di scoperta nel mondo degli uomini.
L’obiettivo chiaro dell’autore, quello di catturare lo sguardo di un alieno, si traduce in un film scarno di parole e infarcito di scene girate all’impronta, tra gli abitanti della citta scozzese, si traduce in un’idea estetica che trasfigura il realismo esasperato in composizione artistica. Visivamente sontuoso Under the Skin condisce le immagini con suoni cupi e stranianti, come scariche elettrostatiche captate dallo spazio profondo, in una colonna sonora composta dal musicista sperimentale Mica Levi. La Johansson dà fisicità e intensità al ruolo, tratteggia bene lo spaesamento di una predatrice che rinuncia alla sua natura in cerca di qualcos’altro, ma per forza di cose non si divincola del tutto dalla gabbia di una parte che, a furia di sguardi inquietanti o inquieti, rischia di sembrare monocorde.
Ma a questa sinfonia quello che manca è proprio l’aspetto narrativo. Sui piatti della bilancia la potenza estetica la fa da padrone e Glazer non solo sdegna una qualunque impostazione tradizionale del racconto ma finisce per non concedere appigli allo spettatore. E così il rifiuto del dialogo, la scelta fondamentalista della narrativa per immagine turba il subconscio ma trascura l’emisfero sinistro del cervello, quello dove risiede la ragione. La bellezza di Under the Skin è innegabile ma la sensazione è che, più che essere un bel film, sia una bella installazione di arte moderna, l’ultimo provocatorio esperimento di uno scienziato pazzo della video art.

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Marcello Lembo

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