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Transformers 4 – L’era dell’estinzione: Bay spaccatutto

Transformers 4 – L’era dell’estinzione: Bay spaccatutto

Dal 16 luglio in sala il blockbuster ad altissimo budget dello specialista Michael Bay. Protagonisti i robot trasformabili di proprietà della Hasbro che diedero vita a una linea di giocattoli, a diversi cartoni animati e a una serie di film che ha incassato più di 2,5 miliardi di dollari.

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Il cast è nuovo, il budget è più alto, esplosioni e adrenalina sono sempre uguali. Tornano le Autobot e i Decepticon, quei robot trasformabili che sono nati giocattolo per poi diventare cartone animato, fumetto e alla fine film, per quanto sempre di animazione nel loro caso si tratti. Michael Bay, regista specializzato in action fracassoni e costosissimi, torna per la quarta volta a raccontarne le gesta con questo Transformers 4 – L’era dell’estinzione che per budget (210 milioni di dollari) e hype è sicuramente il più ambizioso della serie.
Ambizioni che finora stanno pagando, letteralmente. Uscito da meno di due settimane in alcuni mercati chiave L’era dell’estinzione ha già incassato 600 milioni di dollari e in molti ipotizzano che possa salire sul podio dei film più remunerativi di sempre e addirittura insidiare il trono di sua maestà Avatar.
Al netto da questo tipo di considerazioni ci troviamo di fronte a un classico film d’intrattenimento fatto di robot, esplosioni, astronavi, ragazze in shorts, auto potenti e in questo caso anche dinosauri. Un pout pourri degno del miglior mainstream dove è inutile cercare temi particolarmente impegnativi. Quando la sceneggiatura di Ehren Kruger (che tesse le trame del franchise a partire dal secondo film) prova ad accennare una riflessione sui dilemmi etici della ricerca scientifica poi preferisce risolvere tutto con una battuta e forse è meglio così. Teniamoci strette le esplosioni e i robot disegnati dall’Industrial Light & Magic sotto la supervisione dello specialista Scott Farrar, che mostrano di raggiungere un livello tecnico sopraffino, grazie non solo alle splendide animazioni in cgi ma anche a un lavoro migliore in fase di design che dona maggiore coerenza ai protagonisti elettronici che nei film precedenti sembravano matasse di ingranaggi impossibili da sbrogliare.
Gli attori in carne e ossa, ridotti al rango di comprimari, non fanno rimpiangere i loro predecessori. Mark Wahlberg (che sostituisce l’uscente Shia LeBoeuf) fa il suo come pure i giovani Nicola Peltz e Jack Reynor e il cattivo Kelsey Grammer. Nota di merito al solito Stanley Tucci che ci regala un capitano d’industria molto innovatore e un po’ guru, sorta di caricatura di Steve Jobs.
In definitiva ci troviamo di fronte a un film fracassone, ridondante e divertente ma forse eccessivamente lungo (mezz’ora in meno avrebbe giovato) diretto da un regista che anche per girare la scena di un pranzo in famiglia ha probabilmente bisogno di un milione di dollari. Sconsigliato quindi ai cultori della nouvelle vague, agli allergici al product placement, a chiunque in genere coltivi pretese intellettuali (vere o presunte) o aspiri ai salotti buoni. Consigliato invece a chi affonda con piacere la mano nel popcorn, a chi ha figli, a chi usa i figli come pretesto per vedere i film che in realtà piacciono a lui.

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Marcello Lembo

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