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The Congress: un futuro a due facce

The Congress: un futuro a due facce

Dopo il successo di Valzer con Bashir il regista israeliano Ari Folman torna sugli schermi italiani con l’adattamento di un romanzo di Stanislaw Lem, in un misto di animazione e live action e con la partecipazione di Robin Wright e Harvey Keitel. In sala il 12 giugno.

4stelle

Due sono le facce del futuro: da un lato i colori sgargianti e le atmosfere glamour di un’allucinazione condivisa e consensuale; dall’altro la tela grezza e il grigiore di una realtà senza speranza, dove le uniche sacche di benessere galleggiano tra le nuvole, racchiuse nella gabbia di un dirigibile. Il mondo raccontato dall’israeliano Ari Folman in The Congress è duplice quindi, com’è duplice la natura di questo suo quarto lungometraggio, con una prima parte in live-action e una seconda d’animazione. Doppia tecnica che permette al regista di continuare la sperimentazione animata iniziata nel 2008 in Valzer con Bashir, ma anche di recuperare il lavoro fisico con gli attori che in questa sua nuova prova non poteva mancare, soprattutto per esigenze narrative.
Il viaggio di Folman abbandona infatti i territori del documentario per addentrarsi nei paesaggi vividi e cerebrali modellati dallo scrittore polacco Stanislaw Lem, uno dei massimi esponenti della narrativa fantascientifica europea e mondiale. The Congress non è altro che un adattamento libero del romanzo ‘Il Congresso di Futurologia‘, ma se Lem immaginava una società futura sotto l’influsso di potenti psicotici e allucinogeni che avrebbero cambiato la percezione di ogni elemento del reale, Folman affida la parte del cattivo non tanto alle compagnie farmaceutiche ma a una fabbrica di allucinazioni più concreta e più fumosa allo stesso tempo: Hollywood.
Il film racconta dell’attrice Robin Wright, nel ruolo di se stessa, che accetta un contratto di digitalizzazione della propria immagine e che, vent’anni dopo, in un futuro animato, si trova al congresso del titolo, dove si sta realizzando l’utopia di un mondo virtuale e posticcio, dov’è possibile modificare ogni aspetto con la sola forza di volontà. La parte in live-action quindi diventa una riflessione ai limiti del luddismo (un vero e proprio j’accuse, a volte) sull’utilizzo delle nuove tecnologie nella settima arte e per questo suo pamphlet Folman si affida al talento degli attori, una Wright che sfoggia, con classe e orgoglio, un viso mai sfiorato da un bisturi e che sa anche prendersi in giro entrando nei panni di una truce eroina d’azione e un Harvey Keitel che si mette a raccontare storie di bassifondi newyorkesi come se non fossero passati 20 anni da quando si trovò accanto a William Hurt a recitare in Smoke.
Ma se la prima parte regge, nonostante un eccesso di manicheismo e una sceneggiatura a tesi, è quando la fotografia lascia il posto alla fantasia che il film esplode. Folman compone sapientemente, nella parte animata, un pastiche di influenze artistiche che mescolano le tensioni psichedeliche del beatlesiano Yellow Submarine con il tratto caratteristico dell’animazione anni ’40, in un mondo di receptionist a forma di bambola gonfiabile e di droni da guerra con la faccia del gatto Felix, dove tra la folla emergono i volti delle icone pop, da Michael Jackson a Mohammed Ali, mescolati a personaggi letterari, mitologici e alle figure sfuggite dai quadri di Magritte, Dalì e tanti altri. Un piatto ricco, surrealista, visionario e indelebile che riesce nel giro di pochi minuti a trasformare l’ideologia in poesia e a convincere, quasi, lo spettatore a rinunciare alla realtà e ad abbracciare questa splendida illusione.

Marcello Lembo

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