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Le formiche della città morta: Alla deriva sulle strade della metropoli

Le formiche della città morta: Alla deriva sulle strade della metropoli

L’opera d’esordio di Simone Bartolini è il secondo lungometraggio prodotto dalla Nero Film, casa di produzione fondata nel 2005 con l’intento di realizzare opere di registi emergenti e con un interesse particolare verso il cinema di genere.

3stelle

Attraverso scelte stilistiche lontane da spettacolarizzazione e falsi moralismi, con uno stile che il produttore, Gregory J Rossi, definisce “neo realismo digitale”- per mezzo del quale, senza turbare la costruzione realistica della storia, si ottiene l’amplificazione visiva e sonora delle sensazioni provate dai personaggi – Le formiche della città morta mette in scena la crudeltà atroce della strada, lo squallore di luoghi che si configurano come specchi dell’interiorità devastata dei protagonisti e che non hanno per loro mai alcuna forma di pietà o consolazione. La città morta è indifferente, in modo paradossale si dimostra ugualmente complice ed ignara. Assiste al degrado e con la sua forza d’inerzia ne mette costantemente in moto le cause. Se non giudica e non assolve, condanna in modo magnetico.

Roma, 2012. Il film racconta una giornata nella vita di Simon Pietro, giovane aspirante rapper, eroinomane e spacciatore alla deriva, disperato, senza lavoro e con un cospicuo debito nei confronti del violento Alfio. Fra spaccio e consumo di droga, attorno a lui tira a campare un microcosmo di personaggi, persi fra le vie di una città senza pietà.
Le formiche della città morta indaga la vita di strada della metropoli per scoprire quanto il grave problema di diffusione dell’eroina sia oggi più che mai drammatico, per mostrare quale sia veramente la situazione della Capitale italiana, una delle città più ad alto rischio del mondo. Nell’affrontare il tema della tossicodipendenza, il film ricorda Christiane F.- Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Uli Edel e Amore tossico di Claudio Caligari, mentre dal punto di vista stilistico il particolare utilizzo della musica riporta alla memoria le atmosfere di Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, soprattutto per l’amplificazione sonora e visiva degli effetti provocati dalla droga e sperimentati dai protagonisti, che in questo film costituisce un punto di forza fondamentale, soprattutto grazie alle ipnotiche composizioni originali di Tomaso Pignocchi, Mattia Cutolo e Pasquale Citera; presenti nella colonna sonora anche molti brani editi di vari generi musicali (dal rock dei Tiromancino al goth dei Prescription Pills, dall’elettronica degli Automatofonic al metal degli In Cold Blood), mentre l’hip hop segue il protagonista nel suo percorso, con brani di Quarto Blocco, Achille Lauro e con la stretta collaborazione di Propaganda Agency, Noyz Narcos e Chicoria, due nomi di punta del rap italiano.

Le formiche della città morta è realizzato in digitale, con un budget ridotto e con una troupe essenziale i cui attori protagonisti sono principalmente esordienti. Questo approccio, molto vicino alla vita quotidiana della città, permette loro di calarsi completamente nel reale contesto che ospita il degrado metropolitano, attraverso luoghi, movimenti e frequentatori che contribuiscono ad alimentarlo, come una marmellata, dolciastra e densa, che attrae le formiche al suo centro. Il film è girato nei quartieri di Roma Centro storico, San Lorenzo, Sempione, Forte Prenestino, ma è uno spaccato fedele delle reti invisibili che penetrano in modo trasversale la società contemporanea. Le vite distrutte di tanti giovani condividono gli stessi spazi urbani con chi non vuol sapere e non vuol vedere, in una realtà che cerca di informare sempre meno e preferisce nascondere, mettere a tacere la coscienza collettiva, poiché oramai privilegia le forme più pure dell’individualismo, ove la quotidianità della vita metropolitana giunge facilmente al confine con la solitudine degli individui, gli atteggiamenti solipsistici, la freddezza narcisistica e l’egoismo.

Gisella Rotiroti

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La redazione

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