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Locke: Tutto in una notte

Locke: Tutto in una notte

Ritorno nelle vesti da regista per Steven Knight. Un lavoro semi-sperimentale con protagonista uno degli attori più viscerali del momento: Tom Hardy.

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Non è inappropriato definire Locke un lavoro semi-sperimentale. La conduzione registica che Knight adotta per presentare il suo secondo lavoro – il primo fu Redemption-Identità Nascoste –   ha connotati particolari che esaltano di gran lunga le scelte e quindi le capacità dello stesso regista. La decisione di far sviluppare la trama interamente in un’unica “location” – un autovettura in questo caso – coinvolgendo unicamente un solo attore – che vale un intero cast –  non solo si dimostra coraggiosa, ma risulta perfino azzeccata per la sua positiva sofisticatezza.
Di fatti Locke è un film metaforicamente profondo, ricco di vere e proprie “prese di coscienza”, se poi in questo “excursus” è coinvolto attivamente Tom Hardy – “il fu” Bronson di Nicolas Winding Refn – allora il tutto diventa ancor più pregiato. Il personaggio che Hardy interpreta non solo è saturo dalla stressante vita di tutti i giorni – ostaggio della quotidianità, del lavoro e di una vita coniugale apparentemente sana – ma è anche tormentato da quel dramma infantile che in qualche modo l’ha segnato durante la sua esistenza – l’abbandono e il ripudio da parte del padre .  Solamente con un “evento” non propriamente programmato Ivan LockeTom Hardy per l’appunto, decide di dare una “svolta” alla propria vita assumendosi la responsabilità delle proprie azioni riparando all’  “errore” da lui commesso – la nascita di un figlio con un’altra donna – annientando però allo stesso tempo tutto ciò  che era rilevante nella sua “asettica” esistenza.  E’ impressionante come questa drastica decisione sia partorita da quel tormento che il personaggio fa trasparire dall’inizio alla fine. Identificarsi nel proprio padre – incredibile il rimando “hitchcockiano” a Psycho – e allo stesso tempo in quel figlio non voluto – con quel “cordone ombelicale” che tiene ancora il protagonista fortemente legato al suo passato – rendono il contesto ancor più delicato, con quella “totalitaria espiazione”  delle colpe che lasciano decisamente spiazzato lo stesso spettatore.  In un vortice così tanto tormentato poi, aleggia un luogo algido, animato da “squilli” martellanti di un destino quasi inevitabile. Knight questa volta  dimostra assoluta caparbietà, mostrando un lavoro – anzi una redenzione, sarà un caso !? –  tremendamente visionario da far sentire lo spettatore assolutamente concitato. Locke è un film profondamente riflessivo, che in qualche modo sollecita i singoli all’assunzione  delle proprie responsabilità. Definirlo propriamente un lavoro “educativo” è esagerato, ma discostarlo da quel cinema fondato su luoghi comuni e demagogie varie è lecito.  Un plauso a questo Knight “sociologico” che anche questa volta ha saputo sfruttare al meglio le sue capacità da sceneggiatore mettendole in pratica nel migliore dei modi .

Alessio Giuffrida

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La redazione

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