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In nomine Cerman: la parola al regista di “In nomine Satan”

In nomine Cerman: la parola al regista di “In nomine Satan”

Aneddoti e “confessioni” in questa chiacchierata decisamente particolare con Emanuele Cerman, il regista del film ispirato ai fatti delle Bestie di Satana. In Nomine Satan, nelle sale dal 24 aprile,  è un dramma generazionale molto contemporaneo, basato su una delle vicende più cruente degli ultimi anni.

Quale è stata la tua reazione quando sei stato chiamato in causa per dirigere un lavoro cinematografico non propriamente tuo come “In Nomine Satan”?
Passai in produzione perché convocato ad una lettura della sceneggiatura con il resto del cast, inizialmente ero stato chiamato come attore.  Quando arrivai negli uffici della Poker, Stefano Calvagna, per il quale avevo precedentemente scritto il film “cronaca di un assurdo normale”, mi disse che per motivi di salute non avrebbe potuto sostenere le fisicamente e mentalmente le riprese del film che sarebbero iniziate da lì a dieci giorni. Inizialmente pensai che scherzasse e  declinai la proposta. Poi quando capii che non stava scherzando e che la produzione avrebbe dovuto mandare a casa tutti rinviando il film a chissà quando, fui costretto a decidere facendo rapidamente i conti con me stesso. Venni subito a sapere che anche Mattia Mor che allora era il primo finanziatore del film, appoggiava la sostituzione alla regia, allora ho convocato tutti i reparti e ho chiesto anche a loro se fossero stati disposti ad accompagnarmi in un’avventura così difficile e rischiosa. Avevo seguito da anni la vicenda delle “bestie di Satana” e non volevo fare un film che riportasse semplicemente quanto detto e ripetuto dai media che hanno sempre dato un’unica visione della vicenda facendola passare per risolta, quando in realtà si è trattato di uno degli eventi più misteriosi della storia del nostro Paese e che lascia ancora molti dubbi e interrogativi. Stefano nella riunione con i reparti rivelò a tutti della sua condizione di salute, facendo percepire la gravità di quello che era la sua reale condizione fisica ed emotiva in quel momento e disse che se quella fosse stata la sua ultima produzione, avrebbe voluto che a girare il film fossi io: uno dei pochi professionisti che non gli avevano girato le spalle nel momento più critico della sua carriera dimostrandosi umanamente come un amico. I reparti e parte del cast presente alla riunione, mi accolsero con affetto e decisero di affidarsi alla mia direzione. Io chiesi però libertà totale e quindi la possibilità sia di scegliere gli attori per i pochi ruoli rimasti scoperti, sia quella di stravolgere la sceneggiatura per rendere il film, il mio film. Questa libertà, se pur condizionata dai pochissimi giorni a disposizione, mi è stata data e di questo sono grato a Stefano e Mattia. Alla lunga, causa i gravi problemi economici che viveva il film, poi ho dovuto caricarmi anche di tutto il lavoro produttivo, cercando e immettendo risorse economiche e così il film è passato alla Timeline: la mia società di produzione. Non sono ancora riuscito a ricomprarmi la macchina (e non mi dispiace) e neanche la cucina; ho venduto parte delle mie attrezzature tecniche, ma alla fine sto riuscendo nel mio piccolo a far girare il film in Italia e all’estero (in alcuni Festival). Fortunatamente le condizioni di Stefano si sono rivelate un falso allarme ed è riuscito così a partecipare al film interpretando il ruolo del Giudice Roberto Pozzo, e lo ha fatto con generosità, perché non sarebbe stato facile per nessuno calarsi nei panni di un personaggio così determinante avendo nella mente preoccupazioni legate alla sfera personale così importanti e drammatiche che gli impedivano la dovuta serenità sul set. Diciamo che non è stata “l’opera prima” nelle condizioni lavorative che sognavo e che avevo sempre rinviato negli anni precedenti proprio perché non intravedevo le condizioni adatte per girare un film se pur indipendente, ma nella vita non si può sempre aspettare le condizioni migliori per iniziare a fare quello che si vuole fare. Bisogna avere coraggio, mettersi in gioco e prendersi le proprie responsabilità. Sono i fatti che contano, non le parole.

E’ giusto far notare come nel film ci siano chiari rifacimenti al cinema di genere da “La via della droga” di Castellari  fino all’onirico cinematografico di Polselli  e di  Lynch…
Colui che guarda è libero di vedere quel che vuole, questo è ininfluente per chi ha creato l’opera e probabilmente molto distante dalla realtà. Rispetto ai prestigiosi nomi da lei citati, nel film, attraverso una delle scene oniriche, ho voluto rendere omaggio a David Lynch facendo dire al Diavolo, interpretato magistralmente da Fabiano Lioi, una battuta che disse anche il “demone” lynchiano nella serie Twin Peaks: “non senti una piacevole musica nell’aria”? e poi facendogli schioccare le dita. L’ho fatto proprio al fine di non nascondere il riferimento, ma anzi di evidenziare l’omaggio ad uno dei maestri del cinema che più ho amato in assoluto, il quale poi è tra quelli che più hanno stimolato la mia sfera immaginativa ed emozionale.

Come è stata per te trattare una tematica tanto cruda quanto quotidiana come quella del “satanismo” ?
Ho sentito il peso della responsabilità, perché un conto è fantasticare, un conto ispirarsi a fatti reali, quindi ho cercato di trovare una via narrativa ed espressiva che tenesse conto del dolore che la vicenda ha creato e sta ancora creando a decine di famiglie. Allo stesso tempo il mio cinema, se dovessi ancora girare film in futuro, pur sfruttando diversi “generi”, sarà principalmente un cinema che avrà come obiettivo quello di scuotere lo spettatore, ponendo domande e dubbi, dividendo e dando l’opportunità di uscire dal cinema e proseguire un dialogo interiore o partecipato con altre persone. Non mi interessa il mero intrattenimento, pur rispettandolo e non escludendolo in futuro, ma ora ho questa esigenza come regista e autore. Anche il prossimo film che sto finendo di scrivere e che spero di realizzare entro il prossimo anno, affronterà una tematica molto delicata su una questione etica che finirà con il  dividere critica e pubblico, e dove non forzerò il punto di vista nessuno, perché utilizzerò le fragilità dell’essere umano per  non distinguere nettamente e semplicisticamente  i personaggi principali tra buoni e cattivi, ma sempre evidenziando punti di vista differenti e lasciando poi il verdetto finale a chi guarderà il film, che sarà probabilmente influenzato da elementi di diversi “generi”. Ma è troppo presto per parlarne in maniera definitiva, sono ancora in fase di scrittura e potrei ancora cambiare molto la direzione della storia e quella dei personaggi.

Ti ritieni soddisfatto delle scelte registiche di “In Nomine Satan” ?
Ho girato un film in soli dieci giorni di riprese, mentre mi levavano alcune location prima di girare, e l’ho fatto con meno di ventimila euro sul set (che poi sono diventati quaranta fino all’uscita in sala e per seguirlo nei Festival internazionali), e senza aver potuto scegliere tutto il cast e avendo avuto solo una decina di gironi per riscrive la sceneggiatura mentre contemporaneamente  seguivo le prove degli attori, ed ero in costante contatto con il reparto produzione che cercava di adeguarsi ai miei cambiamenti sul testo e io a quelli imposti da loro causa le ristrettezze economiche; per poi finire a montare il film su un portatile.  Insomma credo di aver dato il meglio di me stesso, pur essendo consapevole che con tempi differenti e con più risorse avrei girato un altro film, ma questa è un’ovvietà. Registicamente ho agito d’istinto: guardavo la location del momento e decidevo all’istante come girare cercando di immaginare il montaggio e rinunciando spesso anche a totali completi. La notte sognavo le scene del giorno seguente e spesso nei sogni ho trovato ispirazione. Per fortuna con me ho avuto un eccellente reparto fotografia, con Dario Di Mella ci capivamo all’istante e abbiamo lavorato su tre piani: cinematografico, documentaristico e televisivo. La mdp si muoveva spesso a mano, ma differentemente per ogni situazione o personaggio, seguendo gli stati d’animo che emergevano nella scena. Ci siamo concentrati soprattutto sulla responsabilità imposte della storia che raccontavamo, non abbiamo avuto tempo per i ricami. Il cinema indie è anche questo: stare in prima linea e affrontare le difficoltà facendo appello alla creatività e al sapersi arrangiare restando sempre molto lucidi.

Vedi un futuro prosperoso per il cinema  indipendente nel nostro paese oppure anche tu sei parte della famosa  “corrente dei pessimisti cosmici” ?
Per anni mi sono speso a favore del cinema indipendente. Sono stato uno dei fondatori di Indicinema e abbiamo cercato di sensibilizzare la politica, gli addetti ai lavori e sindacati per regolamentare e sostenere il cinema indipendente. Non abbiamo raggiunto molto, ma abbiamo aperto un varco. Credo molto nel cinema indipendente, che per me significa libertà, ma in Italia non esiste. Noi siamo quello che all’estero viene chiamato cinema “indie” e forse siamo anche meno che ”indie” viste le condizioni di lavoro. Spero che il meglio di questo cinema difficile e coraggioso prima o poi venga sostenuto e distribuito, perché è da questo tipo di cinema che usciranno i talenti del futuro: soprattutto autori, registi e attori; ed è sempre da quello che chiamiamo “cinema indipendente” che si potrebbe generare un percorso virtuoso che aiuti l’industria cinematografica italiana ad essere competitiva sia in Italia che all’estero.  Oggi qui non c’è una vera industria, come non c’è un cinema indipendente, c’è passione e sacrificio in contrapposizione a tanta roba sterile che ci fanno passare per cinema. Quando supereremo l’illusione imposta dalle nuove tecnologie e impareremo a confrontarci con l’estero, torneremo a capire che il cinema non è cosa per tutti e torneremo a dargli il giusto valore che merita anche in ambito culturale. Sogno un Paese dove poter scegliere se vedere un film in lingua originale o doppiato, dove poter vedere più cinema Italiano coraggioso, o Europeo, o indipendente americano, o asiatico e dove non ci sia più solo l’invasione di intrattenimento hollywodiano fine a se stesso o di “panettonate” varie. Soprattutto vorrei vedere garantita al cinema italiano coraggioso la giusta visibilità, e non vorrei più vedere intorno al cinema chi usa il cinema solo per i propri interessi personali, ma vorrei solo gente che si avvicini al cinema per amore e che lo viva quindi come una missione. Noi siamo un grande popolo presi come individualità, ma dovremmo diventarlo come popolo in senso esteso. Non sopporto chi ritiene il pubblico solo un consumatore passivo. Sono convinto che se gli spettatori italiani potessero scegliere cosa vedere al cinema liberamente, sarebbe l’alba di un nuovo futuro radioso per il cinema italiano. Ma qui a comandare è spesso chi ha più soldi per fare pubblicità e per affittare le sale, oscurando tutto il resto. Servono regole e servono persone illuminate nei ruoli strategici dell’industria cinematografica, soprattutto la politica non dovrebbe avvicinarsi all’arte per interessi economici, al massimo dovrebbe occuparsi di tutelarla e rispettarla. Qui nessuno si preoccupa degli spettatori del futuro. Quale futuro per il cinema, il teatro, la musica e l’arte italiana se nella scuola pubblica fin dalle elementari non ci preoccupiamo di sensibilizzare i bambini a queste discipline, inserendole come materie di studio sia teorico che pratico? Un Paese non si può governare sui tagli, a meno che non si voglia affossare, ma se l’intenzione fosse quella di vedere e progettare  il futuro non limitandolo al mandato di turno o peggio all’interesse personale, allora si prenderebbero decisioni più importanti anche in politica e avremmo la certezza di avvicinarci giorno dopo giorno al futuro che tanto ambiamo, nel cinema, come in ogni settore.

Futuro da attore o da regista per Emanuele Cerquiglini Cerman ?
Non lo so, pur essendo eclettico, la parte autoriale e quindi la scrittura sono gli aspetti che mi interessano di più. Certo poi mi piacerebbe dirigere le storie che racconto e magari qualche volta ritagliarmi un ruolo come attore e seguire il montaggio assiduamente. Forse alla fine voglio solo essere libero di poter raccontare, attraverso il cinema o il teatro, le storie o le idee che dentro mi premono chiedendomi di essere portate alla luce. L’attore per me è legato alla purezza del sogno che gli avevo creato intorno quando iniziai a lavorare, ma se le condizioni che intendo io per farlo attualmente non ci sono, non mi vedo più disponibile a scimmiottare un mestiere che ha una sacralità che merita il massimo rispetto. Fare l’attore è una missione si deve dare tutto di se stessi per farlo, quindi è lecito aspettarsi indietro un ritorno economico e/o artistico adeguato. Mettersi a disposizione del nulla e per nulla, per ripetere due frasi a memoria illudendo il proprio ego è semplicemente una volgarità. Nel mio futuro quello che voglio è la collaborazione su alti livelli di professionalità, perché il cinema è prima di tutto questo: collaborazione.

Alessio Giuffrida

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La redazione

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