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Rendez-Vous con Michel Gondry

Rendez-Vous con Michel Gondry

Inventore, artigiano di sogni,  vero e proprio “burattinaio” di idee che da sempre si diverte a sorprendere. Michel Gondry decide di dar vita ad un prodotto atipico, Is the man who is tall happy?, insolito mix di scienza e animazione che arriverà in Italia soltanto a ottobre. Dar forma a tutte le teorie spiegate e concettualizzate dal filosofo Noam Chomsky è l’ultima “sperimentazione” documentaristica targata Gondry.
L’eccentrico regista francese si è concesso a giovani scolaresche di cinema in una masterclass nella capitale, durante la quarta edizione di Rendez-Vous: Appuntamento con il nuovo cinema francese.

Perché sviluppare un documentario sulla figura autorevole di Noam Chomsky?
Chomsky mi affascina da sempre, ovviamente sul piano prettamente concettuale. È una figura impegnativa e la sua idea di concetto è preziosa se si pensa a come contesti le politiche del sistema contemporaneo. Ho volutamente cimentarmi in un documentario particolarmente sperimentale, perché in linea generale i documentari – non tutti si intende – di per sè manipolano la realtà attraverso il montaggio confondendo dunque lo spettatore. Io ho voluto direttamente intervistare Chomsky per offrire un lavoro genuino e veritiero.

Fine ultimo o valvola di sfogo? Il cinema per Michel Gondry è…
Il cinema è un panorama molto importante, ma sinceramente ho interessi migliori, ho fondamentalmente aspirazioni più romantiche inerenti la mia vita personale. È però un obiettivo importante per me cimentarmi attivamente nel cinema, anche perché quando ero piccolo – all’inizio volevo fare il pittore – non mi sarei mai immaginato di conseguire un traguardo così imponente ed ambizioso. L’ispirazione è venuta dalle mie esperienze di vita vissuta, quindi ciò che ho fatto è stato sperimentare il linguaggio in modo espressivo attraverso il cinema. Per me è importante raccontare una storia, permettendo allo spettatore di vivere un vero e proprio viaggio.

In passato è stato coinvolto in un lavoro corale come “Tokyo”. A quando un lavoro simile, magari con il coinvolgimento di Spike Jonze e Charlie Kaufman…
Entrambi sono troppo vicini alla mia metrica registica. Con Charlie ho già avuto un rapporto collaborativo quando girai Eternal Sunshine of the spotless mind, con Spike invece ho avuto solamente un’interazione amichevole e nulla più.
Però nella vita non si sa mai.

Come rappresenterebbe la società contemporanea considerando la sua profonda ammirazione per un regista riflessivo come Marco Ferreri?
Penso di aver già rappresentato a mio modo la società contemporanea attraverso un film, L’arte del sogno ad esempio, dove traducevo dei miei sentimenti molto forti attraverso la creazione della narrazione, che per me è contemporanea e ho fatto ciò con l’impiego di determinati personaggi usando però come base sempre il mio sentimento facendo coincidere il tutto. Non penso di essere andato tanto lontano da Ferreri – e forse un giorno me lo direte – ma questo è il mio modo di essere moderno. Da sempre ho l’idea che il film solleciti al meglio le persone a differenza della grammatica generale. Da sempre – anche quando mi cimentavo con i videoclip – dovevo rimanere coerente con la mia idea di base. Avere coerenza intellettuale equivale ad avere padronanza tecnica. Voglio poi ribadire che del cinema di genere italiano non apprezzo unicamente Ferreri, ma ho molta ammirazione per Vittorio De Sica – Ladri di Biciclette o Miracolo a Milano – senza poi dimenticare Pinocchio di Comencini che ha influenzato molto la mia formazione registica.

È sbagliato attribuire alla sua metrica registica quella visionarietà astratta che in qualche modo appartiene anche a François Truffaut?
Sono assai reticente quando si parla di Truffaut, è considerato un monumento e soprattutto ha influenzato in modo eccessivo la critica. I 400 colpi è uno dei lavori più straordinari che abbia mai visto. Il problema è sorto con i film successivi, troppo conservatori, con quello spirito propriamente conservatore, risultando alle volte anche molto cattivi e cinici, alquanto detestabili. L’importanza che gli ha dato la critica per i lavori successivi è a mio parere esagerata.

Alessio Giuffrida

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La redazione

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