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Radford: Quando viaggio non guardo i monumenti, osservo la gente

Radford: Quando viaggio non guardo i monumenti, osservo la gente

“L’amicizia di Massimo mi ha aiutato ad amare la vera essenza delle persone”. Così il regista del ‘Postino’ racconta al Bif&st il suo modi di fare cinema, la sua amicizia con Troisi e l’amore per l’Italia.

Come ci racconta l’incontro con Troisi?
Ho conosciuto Massimo perché il mio primo film parlava di tre italiani prigionieri di guerra. Qualcuno mi disse che c’era questo straordinario attore napoletano che avrebbe potuto essere nel film ma la cosa non si fece perché lui non parlava inglese (nemmeno italiano in verità…).
Ma diventammo amici subito, in maniera forte, ci sentivamo una volta al mese e parlavamo spesso di fare film insieme in Italia. Poi quando lui acquistò i diritti del ‘Postino’ io dissi di no, non volevo fare un film in Italia, troppo caldo… Lui allora mi disse, “Ok allora io vado a proporla a Tornatore”. Immediatamente allora accettai!
La cosa particolare fu con i provini delle attrici, cercavamo, cercavamo ed io ero disperato. Ero a piazza del popolo al caffè di Fellini, e quando due inglesi hanno chiesto un caffè ho realizzato che avevo bisogno di aiuto per fare un film in una lingua che non conosco. Li mi ha aiutato Massimo, dicendomi: “Quel che conta è l’umanità e tu quella ce l’hai”.

Come sceglieste la Cucinotta?
Era amica della fidanzata di Massimo e non sapeva recitare per niente. Lei è una grande amica e mi capirà. Ma era straordinaria la sua presenza sullo schermo. ora è diventata una grande attrice, ma ho dovuto guidarla. Ad esempio io le ho detto di non sorridere mai fino ad un certo punto, quando si innamora e allora gli dico, ecco, ora puoi fare il più bel sorriso che hai.

Ma come si muoveva Massimo su quel set?
Massimo era un Dio per la crew. Io ero l’assistente di Massimo. La luce era terribile all’inizio, tutto illuminato, come i vecchi film. Poi Massimo improvvisava continuamente, dieci o quindici minuti per scena. L’ho pregato di stare nella sceneggiatura, ma alla fine ci siamo aggiustati, lui ha capito e io ho capito dove entrambi dovevamo mollare. Ogni tanto mi chiedeva sottovoce: “Ora posso fare una piccola improvvisazione?”. Era un grande attore, straordinario, stava imparando ancora tanto e sarebbe diventato ancora più grande…

Cosa le piace degli artisti italiani?

L’umanità. poi certo ci sono almeno una ventina tra i più grandi registi del mondo. Ma senza l’umanità della gente italiana credo che certi registi come Fellini, Antonioni ecc. non sarebbe stato possibile. Ad esempio a Napoli tutti possono essere attori. Hanno sofferto certo, ma quella sofferenza gli dona una profondità dello spirito che altri non anno. recentemente ho visto I soliti ignoti’, che film straordinario, non solo una commedia divertentissima, una storia di dolore e di passioni. Questo amo dell’arte cinematografica degli italiani.

Musica, letteratura, teatro, tra l’Italia, l’India dove è nato, la Gran Bretagna gli Usa, lei cosa si sente?
Io non mi sento inglese ma tifo Chelsea. Sono errante, smarrito, incuriosito da tutte le culture possibili. Ho parlato dell’italia, della Spagna, cercando di superare i luoghi comuni. Quando viaggio non grado i monumenti, osservo la gente per capirne l’essenza. Una volta all’università di Oxford mi disse: “tutta la sua fortuna sarà in Italia…”. Per la serie non è vero ma ci credo…

Il suo amore per l’Italia si è visto anche per un Mercante di Venezia memorabile presentato alla Mostra di Venezia.
Molti mi dicevano di fare il Mercante in altri posti, tra i Gangster di Chicago. invece perché no?
Perché non raccontare il 600’ che nessuno conosce, con i suo costumi, con la sua cultura. ad esempio nessuno dice che a Venezia a quel tempo le donne andavano in giro con i seni scoperti, che erano per la maggior parte puttane, perfino le suore erano puttane… Io ho provato a modo mio a raccontare quel pezzo d’Italia che è un pezzo di mondo.


Sappiamo di un suo rapporto burrascoso con al Pacino, ce lo racconta?

Durante le riprese del Mercante, io gli chiesi di rifare una scena difficilissima, di 10 minuti che secondo lui era perfetta. Io gli dissi che secondo me avrebbe potuta farla molto meglio.
scappò dal set e mi tirò in faccia una tazza di caffè e un’arancia. litigammo furiosamente e poi mi disse: “io la rifaccio una sola volta e poi me ne vado dal set”.
Così fu, la fece in modo meraviglioso ed alla fine la troupe scattò in un grande applauso. Sapete cosa disse Al? “Beh l’avrei potuta fare ancora meglio…” . Oggi siamo grandi amici e potrei chiedergli di fare qualsiasi cosa.

Il suo amore per la musica ha avuto uno sbocco straordinario con il suo film su Petrucciani.
Era un gigante di un metro. Era amato dalle donne e amava le donne. Era una storia di carisma, di magia. Amava e tradiva, un uomo normale su tutti i punti di vista. Io ho voluto raccontare anche questo non solo la sua malattia e non solo il fatto che fosse un genio del pianoforte, che a quattro anni suonava pezzi di Duke Ellington al pianoforte…

di Rocco Giurato

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La redazione

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