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La memoria degli ultimi: Samuele Rossi, quando un paese dimentica se stesso

La memoria degli ultimi: Samuele Rossi, quando un paese dimentica se stesso

Non eroi, ma semplicemente uomini e donne, settanta anni fa appena ventenni, oggi vecchi carichi di quella memoria che il nostro Paese ha quasi naturalmente destinato all’oblio. Sono gli ‘ultimi’ testimoni di un’Italia che loro stessi hanno consegnato a generazioni poco generose, sono gli ex partigiani de La memoria degli ultimi. A scriverlo, dirigerlo e produrlo è Samuele Rossi, che in un viaggio emotivo e fisico in lungo e in largo per lo stivale restituisce loro quel ritratto umano che gli è stato strappato, lontano da facili commemorazioni e consolatori eroismi.
La Resistenza come ancora nessuno ce l’aveva raccontata, in un documentario che dal 15 aprile, dopo l’anteprima al Bif&st, percorrerà l’Italia da Sud a Nord approdando contemporaneamente in sala, online e nel circuito homevideo.

Qual è la genesi de La memoria degli ultimi? Perché hai deciso di raccontare questa storia?
Dal punto di vista dell’aspetto più narrativo e personale è un’urgenza che penso di aver sempre avuto, per due motivi: da un lato l’aspetto della memoria legato a me come persona, cittadino ed essere umano, che abita in questo mondo e che cerca di interessarsi a quello che è il passato da dove veniamo, dall’altra l’idea di poter sprofondare nelle vite degli altri e capire emotivamente ed umanamente quello che certe scelte hanno comportato.
Questi due spinte mi hanno portato a realizzare il film, che si è rivelato poi molto più complicato di quanto avessi immaginato, non solo a livello economico ma anche nella scelta dei profili umani che dovevano andare a comporre un’idea di racconto e di umanità più ampia possibile. Non è stato semplice affrontare il viaggio che mi ha permesso di individuare i sette protagonisti, gli ‘ultimi’ del titolo.

Cosa ti ha guidato nella scelta dei sette profili? Qual era il punto di partenza?
Il primo trattamento era abbastanza diverso, ma l’idea di un viaggio dal Sud al Nord Italia per raccontare delle umanità che fossero il ritratto di quel momento storico è sempre stato il cuore del film. All’inizio però avevo immaginato un lavoro molto diverso, più segmentato e con un numero di protagonisti più ampio che si susseguisse per tutta la durata del film in maniera meno emotiva, una sequenza di ritratti umani che potessero raccontare tutto quello che era accaduto. Pensavo addirittura a 15 o 20 persone, poi durante i viaggi fatti per conoscerle fisicamente e stabilire con loro un contatto umano, mi sono reso conto che questo approccio avrebbe reso complessa la narrazione; comprimere in 75 minuti un numero così elevato di testimonianze avrebbe potuto compromettere il percorso che avrei voluto fare.
Durante questi incontri ho avvertito la necessità di raccontare proprio quelle sette persone, le ho scelte istintivamente, mi hanno incuriosito, attratto e affascinato; è stata una traslazione quasi naturale e automatica dall’idea originale a quella di sette vite, che sarebbero dovute diventare l’orizzonte umano di riferimento di tutto il documentario.

Ti sei mai trovato nella condizione di dover sacrificare qualche storia?
I protagonisti all’inizio dovevano essere nove, ma alla fine sono stato costretto per diversi motivi a lasciare fuori le storie di due donne: Teresa Vergalli, partigiana di Reggio Emilia e Maria Foschi, di Parma.
Nel primo caso per una necessità narrativa: la figura di Teresa rischiava di sovrapporsi a quella di un’altra; c’era dell’ottimo materiale che raccontava un altro pezzo di quella storia, ma non siamo riusciti a inserirlo nel contesto narrativo del documentario.
Nel secondo caso invece il motivo è stato la mancanza di materiale: Maria Foschi era molto piccola all’epoca, appena una ragazzina, e la sua storia non era un’esperienza di scelta consapevole come le altre. Aveva vissuto quella situazione da una prospettiva ingenua, il racconto non sarebbe stato in linea con ciò che stavamo realizzando, cioè i fatti di una generazione di ventenni alle prese con la Grande Storia e con scelte personali molto importanti.

Potremo vedere il materiale che non ha trovato posto nel documentario?
Non ci sono stati i tempi tecnici per poter pensare di inserire dei contenuti extra nel dvd che uscirà il 15 aprile, ma prevediamo che questo documentario possa generare altre mosse artistiche vista l’abbondanza di materiale. Stiamo pensando a un’edizione speciale del dvd o addirittura a un progetto diverso che possa raccogliere i ritratti umani dei partigiani incontrati.

L’idea della memoria storica ‘perduta’ era presente sin dall’inizio?

Sì. È una sensazione che ho maturato, vissuto e studiato, una mia convinzione non solo artistica, ma anche sociale e civile. Credo che il nostro Paese abbia una relazione complessa con se stesso, non ha coscienza di sé, non è stato in grado di instaurare un rapporto sano, maturo e conscio con il proprio passato. È un Paese smarrito, che tende a dimenticare.
Quella sensazione è stato il punto di partenza, ma non ho voluto imporlo, è venuto fuori di volta in volta, mentre andavamo in giro per le case dei vari partigiani o nelle associazioni. A parte alcuni territori dove esiste una memoria ma solo a livello commemorativo, c’è un’ Italia che non ha rispetto e consapevolezza, che ha verso la memoria un atteggiamento approssimativo e superficiale. Il documentario parte da quella prospettiva amara e tragica, e via via la scopre.

Ettore Scola ha definito l’Italia un Paese ‘di mangiatori di loto, dalla memoria corta’. Hai avuto modo di parlarci?

Ho avuto la possibilità di scambiarci poche e rapide battute, ma sarebbe molto interessante potermi confrontare con lui su quello che ho cercato con estrema modestia di raccontare.

Hai mai sentito il peso di dover affrontare un racconto in cui il rischio della retorica era dietro l’angolo?

È il motivo per cui ho scelto una prospettiva diversa da quelle usate fino ad ora. Mi sono concentrato su sette momenti umani diversi per sfuggire alle maglie della retorica.
Ciò che secondo me è mancato fino ad oggi ai racconti sulla Resistenza è stata un’ intenzione gentile, spontanea e emotiva di approcciarsi a una vicenda umana prima che storica, vissuta sulla propria carne e sul proprio corpo.
Mi sembrava che questa prospettiva mancasse totalmente. Da una parte è prevalsa la retorica forzata, che ha costruito il mondo dell’eroismo e dei grandi valori, dimenticando di dare peso a una generazione che ha combattuto anche per motivi personali; abbiamo assistito alla mummificazione della memoria e il Paese non ha avuto la possibilità di avvicinarsi a questa storia in modo naturale. Dall’altra c’è stato il revisionismo, una volontà tutta italiana di deformare quella pagina di storia. In mezzo a queste due prospettive la verità umana ed emotiva è stata schiacciata ed io ho cercato di focalizzarmi su questo. Perciò mi sono sforzato di eliminare dal tessuto narrativo degli aspetti che appartenevano a una certa retorica e ho lasciato che fossero le vite, gli sguardi e le scelte personali a parlare.

Hai esordito con un lungometraggio di finzione, “La strada verso casa”, ora sperimenti il linguaggio del documentario. Cosa ti affascina del cinema del reale?
Avevo bisogno di respirare perché l’opera prima mi aveva completamente svuotato, non solo a livello produttivo. In generale mi sento molto più vicino alla finzione, tanto da cercare anche nel documentario un tipo di approccio simile.
Dopo ‘La strada verso casa’ mi ero un po’ perso, avevo perso il contatto con me stesso e avevo bisogno di staccarmi dal linguaggio usato fino a quel momento per esplorare un’ altra strada, che mi permettesse di riavvicinarmi a me stesso. Così ho scoperto un modo importante e sicuramente nel mio futuro ci saranno altre esperienze del genere; credo che oggi il cinema di finzione abbia delle difficoltà a raccontare la realtà, e in questo contesto il cinema del reale offre una modalità valida, sinceramente e spontaneamente vera di sprofondare nella quotidianità, nella vita…

I sette protagonisti hanno visto il documentario? Ti hanno dato dei suggerimenti mentre giravi?

Il tempo per montarlo è stato lungo, avevo anche un senso di colpa nei loro confronti e insieme la paura di non poter condividere con tutti l’esperienza finita, vista l’età. Non tutti lo hanno visto ancora.
I consigli che mi hanno dato erano appunto quelli per evitare la retorica, come invece era successo a molti di loro reduci da interviste, libri o esperienze che utilizzando quella prospettiva li aveva falsificati nella loro essenza umana. Spesso mi dicevano: “Non siamo eroi, siamo uomini e donne che hanno fatto il proprio dovere”.
Quando lo hanno visto sono rimasti felicemente spiazzati, non c’è nessuna figura che emerge in modo netto rispetto alle altre, ma vige una sorta di democrazia narrativa che li raccontati tutti senza far pesare la bilancia in nessuna direzione. Penso lo abbiano trovato un racconto sincero.

Cosa ti affascina delle storie che racconti?
L’uomo nei suoi aspetti più intimi, privati e personali, ciò che racchiude o nasconde dentro di sè. La possibilità di entrare in contatto con la vita e con l’essere umano mi commuove, è estremamente attraente e affascinante. Non mi interessa quasi mai la prospettiva didascalica o scientifica, ma piuttosto la possibilità di emozionarmi.

La maggior parte dei giovani ignora il valore della Resistenza, non sa, non conosce o sa davvero poco: così li descrive la parte finale del tuo documentario. Come pensi possano reagire davanti a questa scelta?
È stato molto complicato decidere di inserire quella sequenza di interviste a under 35, che palesano un’ignoranza assoluta su quel momento storico. Il mio obiettivo era spiazzare totalmente lo spettatore, non sarei così superficiale da pensare o dire che tutta la nuova generazione è ignorante e mediocre. Purtroppo però c’è un atteggiamento approssimativo, superficiale e leggero che ci fa presumere che sia lecito non sapere e che vada bene così.
Volevo che il pubblico cadesse improvvisamente nella realtà, e che si ritrovasse a passare da un livello di coinvolgimento emotivo e umano alla banalità dei giorni nostri. Quel balzo improvviso è un momento fondamentale del film, l’unico modo di violentare lo spettatore.

Cosa ti andrebbe di raccontare ora?

Vorrei tornare alla finzione e spendere i prossimi mesi o anni a realizzare la mia opera seconda. Sto scrivendo due storie: la prima è un dramma che indagherà gli aspetti emotivi del rapporto di coppia all’interno di un contesto sociale difficile, la seconda è una storia di ragazzi e bambini ed è ancora molto lontana dall’essere conclusa . Mi piacerebbe esplorare l’adolescenza  e affrontare l’essere umano da una prospettiva che sia quella della sincerità, dell’ingenuità e della verità più difficilmente rappresentabile, e spero di poterlo fare con la mia opera seconda.

In cantiere però c’è anche un altro documentario…

Ne stiamo girando uno su Taranto, si tratta di un progetto molto diverso da quelli già realizzati fino ad ora. Non ci concentreremo sulla tematica strettamente ambientale del rapporto tra l’Ilva e Taranto, ma sull’antropologia di quella città modificata e complice allo stesso tempo di una modalità di progresso o antiprogresso.
Anche stilisticamente il racconto sarà diverso, non sarà molto parlato perché vorremmo che fossero le immagini e la quotidianità di una città a parlare. Abbiamo fatto due sessioni di riprese molto ampie, ma sarà un lavoro lungo che non vedrà la luce prima della fine del 2015: si chiamerà “La città invisibile”.

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Elisabetta Bartucca

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