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Noi 4: Francesco Bruni racconta i suoi ‘quattro piccoli eroi’

Noi 4: Francesco Bruni racconta i suoi ‘quattro piccoli eroi’

Una famiglia attraversata da separazioni, rotture e ricomposizioni, quattro personaggi che diventano i piccoli e coraggiosi eroi quotidiani nel caos cittadino di una Roma rumorosissima. Madre, padre e due figli (Fabrizio Gifuni, Ksenia Rappoport, Lucrezia Guidone e Francesco Bracci Testasecca)  alle prese con le proprie nevrosi in un’afosa giornata di giugno: dopo il successo di Scialla! Francesco Bruni torna con un secondo film, Noi 4, in sala dal 20 marzo per 01 Distribution. Il racconto di un microcosmo che per situazioni, temi e personaggi, si pone idealmente come un seguito di Scialla!.

È un film diverso da Scialla ma in qualche modo ne riprende alcuni temi: anche qui c’è una famiglia e un rapporto genitore-figlio, si può quasi dire che ne sia il quasi prolungamento ma  con altri mezzi.
Francesco Bruni: Li trovo molto affini: i due protagonisti, Luca di Scialla e Giacomo di Noi 4, potrebbero aver frequentato la stessa scuola ed essersi incontrati. I due film raccontano un microcosmo comune con toni simili, molto più di quanto non si potrebbe immaginare.

Il rapporto padre-figlio e madre-figlio è molto veritiero, sembri particolarmente legato a questo tipo di tematiche…
F. B.: Ho un orizzonte da narratore molto limitato, nel senso che non riesco ad andare al di là di ciò che mi circonda, prendo ispirazione dalle persone e dalle situazioni più vicine a me. Questo film ad esempio nasce da una riflessione problematica di un paio di anni fa su quello che stava succedendo nella mia famiglia; sentivo di trovarmi a un punto di svolta, i nostri figli stavano iniziando a prendere ognuno la propria strada e non c’era più quell’assegnazione perfetta dei ruoli, tutto era doloroso soprattutto perché mi rendevo conto che stavo invecchiando.

Cercavo degli attori che restituissero un’ immagine verosimile delle famiglie che ho intorno e a cui si potesse guardare come fosse una famiglia vera, attori che non sovrapponessero la propria notorietà a quei personaggi.

Come hai lavorato con gli attori?
F. B.: Hanno lavorato a coppie, per mettere a fuoco il sentimento che animava ciascuna coppia della storia. Non hanno mai provato tutti e quattro insieme, perché quando stanno insieme stanno bene: io li chiamavo ‘Gli incredibili’, tant’è che a un certo punto cito quel film attraverso un poster.
Fabrizio Gifuni: Da anni aspettavo una commedia, è il territorio in cui forse riesco a dare il meglio e questo film esprime alla grande questo mio bisogno.
Mi sono divertito molto a interpretare un cialtrone, il cui maggior pregio è il suo maggior difetto: ovvero la capacità di alleggerire e scaricare le tensioni e le nevrosi da cui tutti siamo abitati quotidianamente. Questo ne fa anche un individuo con un deficit di responsabilità. E’ stato molto liberatorio, aspettavo questo cialtrone da tempo.

E il cammeo di Filippo Scicchitano?
F. B. : Siamo molto legati e ho penato di volerlo far apparire.

Come trovi il coraggio di unire questo coro di anime distratte?
F. B.: Riguarda la mia indole profonda. Cerco sempre di vedere il meglio in tutti e come scrittore ho assimilato la lezione di Susi Cecchi D’Amico: cercare il positivo nei personaggi negativi e viceversa. Questo mi permette di creare dei personaggi sfaccettati, con sfumature diverse: uno è timido impacciato ma anche saggio, l’altra è tempestosa, appassionata e nello stesso tempo idealista e riflessiva.

La cosa più difficile nella scrittura di questo film è stato creare un caleidoscopio di rapporti così complessi: ognuno mostra un lato diverso del proprio carattere a seconda della situazione in cui si ritrova.

La famiglia caratterizza da sempre il nostro cinema, ma non se ne è mai incontrata una così anomala…
F. B. : Volevo riempire un buco, mi sembrava che non ci fosse mai stato abbastanza spazio nel cinema italiano per l’esistenza di persone così ‘normali’; spesso il nostro cinema si è concentrato su personaggi marginali, problematici o straricchi in vacanza a Cortina.

Ma è anche un film su Roma…

F. B. : Volevo raccontare Roma come la vivo io, cioè da persona che deve confrontarsi quotidianamente con la fatica di vivere una città che ti regala una grande bellezza e una grande bruttezza allo stesso tempo.
Anche questa dimensione di Roma è quella che non avevo mai visto raccontare molto e per farlo ho voluto buttare gli attori in mezzo al casino come succede nella scena della stazione Termini dove le persone sullo sfondo non sono comparse, ma gente ripresa dal vero; cercavo il sapore della verità e volevo rubare dal vero.
Abbiamo girato in un ambiente non silenziato, perché i rumori della città entrassero prepotentemente diventando quasi una colonna sonora continua.

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Elisabetta Bartucca

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