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Maldamore: Longoni, non solo questione di ‘corna’

Maldamore: Longoni, non solo questione di ‘corna’

“Soltanto l’amante può giurare e avere il perdono dagli dei, se trasgredisce un giuramento: dicono infatti che un giuramento d’amore non ha valore”. Si chiude così, con una frase tratta dal ‘Simposio’ di Platone, la scanzonata disamina che Angelo Longoni fa dell’amore, della passione sopita, del tradimento. Si chiama Maldamore, i toni sono quelli da tragicommedia, il sapore quello di una risata amara e i protagonisti del ‘maldamore’ del titolo sono le coppie: stabili all’apparenza, ma ad uno sguardo meno superficiale sepolte da ipocrisie, umane fragilità e sovrastrutture. Duecentocinquanta le copie distribuite da Bolero nelle sale di tutta Italia (dal 13 marzo), per questo quinto film del regista milanese rimasto lontano dal grande schermo per diversi anni.

Alla fine del film citi un passo del ‘Simposio’ di Platone. Perché?
Angelo Longoni: Il Simposio è un manuale dei sentimenti e delle regole che governano la vita affettiva di tutti. La frase citata in chiusura è molto significativa: quando la maggior parte delle persone fa un giuramento si trova in uno stato emotivo tale da credere che quel giuramento sia eterno, anche se persino gli dei lo considerano veniale perché nel tempo le cose cambiano, cambia la vita affettiva delle coppie e solo la maturità permette di raggiungere un equilibrio.
Ho scritto questo film perché ho visto molte coppie andare in frantumi.
Vista da fuori una persona che soffre per amore è ridicola; spesso i conflitti d’amore generano commedia, certo si possono raccontare attraverso il dramma e il romanticismo ma non bisogna sottovalutare e dimenticare l’aspetto comico e buffo dei conflitti amorosi. Il tempo gioca a sfavore delle coppie, ma può anche renderci più inclini al perdono e alla mediazione; il film non racconta solo il tradimento, ma anche la capacità di perdonare e andare aldilà delle manchevolezze. Le due coppie sono già minate dall’interno, sono già in parte scoppiate e il tradimento è solo la punta dell’iceberg.

Sembra che in conclusione non ci sia possibilità di rinsavire per nessuno dei protagonisti di questa storia. Quindi il tradimento è necessario all’interno di un matrimonio, serve per andare avanti?
Alessio Boni: Non credo nella contrattualizzazione dell’amore, il suggello del mio amore non ha bisogno di contratti o di testimoni. E non penso neanche che ci sia bisogno di tradirsi per andare avanti in una relazione; la situazione che Longoni ha fotografato, le disillusioni che vediamo sul palcoscenico fanno ridere perché annusi che possono capitarti. Sono sempre stato attratto dalla comicità scritta, che l’attore rende leggera per far ridere il pubblico.
Luisa Ranieri: Non credo che i rapporti debbano passare necessariamente dal tradimento, bisogna sempre reinventarsi. Mi piace molto nel film l’idea del perdono e quella del due per cento di spazio da riservare a se stessi: non bisogna cioè mai annullarsi, ma conservare una piccola quota di libertà, di spazio, di respiro, la parte che poi è quella che non ti fa tradire.
Ambra Angiolini: La coppia interpretata da me e da Luca è profondamente in crisi, Veronica e Marco si toccano senza guardarsi, sono girati di spalle già da molto tempo, non c’è più passionalità e hanno tutti i sintomi della coppia malata.
Lei si è annullata e ha perso di vista se stessa, lui è ipocondriaco, pieno di acciacchi e dolori che altro non sono se non la malattia del matrimonio stesso.
Il mio personaggio si ritrova a vivere la goffaggine di un’adolescenza perduta e ad andare con il primo che capita.
La vita di coppia è la quotidianità aldilà dell’edulcorato e la possibilità di un tradimento esiste: ci sta, bisogna dirsi che è possibile e che può capitare.
Una volta gli amanti si nascondevano, questo film invece di nasconderli li ha liberati dagli armadi e in questo senso lo trovo rivoluzionario. Non serve essere troppo rigidi nei confronti della vita, bisogna farsi trovare morbidi.
Luca Zingaretti: Non credo che il tradimento sia la cosa peggiore e più grave che possa capitare ad una coppia, è peggio non avere nulla da raccontarsi la sera o non incontrarsi, non guardarsi negli occhi, non toccarsi e vivere di spalle. Questo film racconta anche di gente che non ha più il controllo sulla propria esistenza e ci scherza su.

Quanto la scelta di una location come Trento si è prestata alla commedia?
A. L. : E’ una città a misura d’uomo e se non ci fosse stata, l’idea di fare questo film in sei settimane non sarebbe mai diventata realtà. Tutto è più accessibile e vivibile. Trento ha inoltre una sua caratteristica narrativa: volevo realizzare una commedia non localizzata, nel film infatti non c’è una comicità dialettale o contestualizzata in un luogo preciso. Per lo stesso motivo ho scelto degli attori che non nascono come comici; il loro tipo di rapporto esula da qualsiasi forma di toccata di gomito, di comici che si appoggiano sui propri tic, manie o inflessioni dialettali. Volevo un cast di portata italiana e non locale per una commedia italiana e non regionale e Trento si prestava bene a questa comicità.

Che tipo di lavoro avete fatto a livello di caratterizzazione dei personaggi?
A. L.: Non è un caso che tutti gli attori del cast facciano teatro. L’attore che non si mette gioco in teatro soffre di un grave caso di verginità e credo che chiunque non affronti il palcoscenico sia un attore incompleto. Lo penso fermamente, la pratica del teatro è fondamentale. Volevo attori capaci di interpretare i vari ruoli assecondando ciò che già c’era di comico nel personaggi.

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Elisabetta Bartucca

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