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47 Ronin: Un fantasy senza padrone

47 Ronin: Un fantasy senza padrone

In sala dal 13 marzo l’action che rielabora in chiave fantasy il racconto tradizionale giapponese dei 47 samurai che vendicarono il loro padrone. Protagonista Keanu Reeves che guida un cast di attori del Sol Levante.

2stelle

Tra storia e leggenda qui prevale la leggenda. Eppure è dalla storia che nasce tutto. Quella dei 47 Ronin, uno dei racconti più noti della tradizione giapponese, prende le mosse da un episodio che passa alle cronache con il nome di “incidente di Ako”. I protagonisti sono il signore Asano, costretto al suicidio rituale dopo aver aggredito il vile lord Kira, e il samurai Oishi che ha guidato la vendetta dei 47 guerrieri rimasti senza un padrone. Il Giappone omaggia questi personaggi, assurti a simbolo dell’onore, invitando ogni anno autori di ogni media a riproporre in nuove versioni l’antica leggenda, per quelle che vengono definite Chushingura.

47 Ronin, il lungometraggio di esordio del regista Carl Rinsch, non è altro che questo, un esempio di Chushingura che sceglie come cifra stilistica il linguaggio che più ha dato lustro nell’immaginario mondiale alla fabbrica di sogni che è Hollywood. La storia dei samurai senza padrone, in questo adattamento la cui realizzazione è durata oltre due anni per un budget faraonico di 175 milioni di dollari, è filtrata quindi attraverso l’immaginario fantasy e il linguaggio dei supereroi, strizzando maliziosamente l’occhio sia a un pubblico occidentale che a quello orientale.

Ecco quindi che gli sceneggiatori Chris Morgan e Hossein Amini, autori rispettivamente degli ultimi capitoli della saga di Fast & Furious e di Drive, inseriscono nelle trame un personaggio occidentale, un reietto che finisce per diventare il leader nel gruppo di vendicatori. A dare il volto al mezzo sangue Kai è Keanu Reeves, che guida un cast di star giapponesi composto tra gli altri da Hiroyuki Sanada (un curriculum lunghissimo da Sunshine a Lost) e Rinko Kikuchi (candidata all’Oscar per Babel).

Ma se il copione ogni tanto riserva buone trovate (dalla foresta dei Tengu alla città dei pirati), e la messa in scena non è priva di una certa eleganza (soprattutto grazie al lavoro dello scenografo Jan Roelfs e della costumista Penny Rose), in conclusione a emergere è la lentezza dell’intreccio e una sceneggiatura che nel desiderio di rendere onore alla cultura orientale finisce per cadere vittima di qualche tema ritrito e di un’esaltazione del concetto di onore che di certo ha trovato in passato cantori più sentiti e convinti.

Il Giappone leggendario che prende forma dall’obiettivo di Rinsch vorrebbe poi essere uno sfondo mitologico venato da influenze artistiche nobili – le stampe di Hiroshige e Hokusai e anche i disegni di Hayao Miyazaki – ma finisce per appiattirsi, frutto com’è di un elaborazione intellettuale più che di un’esperienza diretta. Infine gli effetti speciali, pur senza essere particolarmente innovativi, fanno il loro mentre spicca l’assoluta assenza di sangue in scena (requisito minimo a quanto pare, per evitare fastidiosi divieti al botteghino) nonostante i duelli all’arma bianca e i suicidi rappresentino tanta parte della trama.

Marcello Lembo

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